TESTO EDITO
STELLA ERRANTE 
.Jean-Marie G. Le Clézio
Due giorni dopo, Esther ed Elizabeth erano nel cassone posteriore del camion che viaggiava verso Gerusalemme. Il convoglio, formato da sei camion e una jeep americana, procedeva lentamente sulla strada dissestata attraverso le aride colline a est di Ramallah. Nei camion in testa al convoglio c'erano gli uomini armati e Jacques era con loro. I quattro camion di coda trasportavano le donne e i bambini. Quando Esther scostava il telone, vedeva solo polvere e i fari accesi del camion che li seguiva. A tratti la polvere diminuiva, così riusciva a scorgere le colline, i valloni, qualche casa. Il vento era freddo, il cielo d'un azzurro immutabile. Eppure lì, tutt'intorno a loro, c'era la guerra, si diceva che ad Altaroth erano stati assassinati alcuni coloni ebrei. A Tel Aviv, prima dello loro partenza, Jacques le aveva letto la dichiarazione del generale Shealtiel affissa sui muri: "Il nemico volge lo sguardo verso Gerusalemme, sede eterna del nostro popolo eterno. Sarà una battaglia selvaggia, senza pietà, senza tregua. Il nostro destino sarà la vittoria, o lo sterminio. Lotteremo sino all'ultimo uomo, per la nostra sopravvivenza e per la nostra capitale". L'esercito arabo, comandato da John Bagot Glubb e dal re Abdallah, aveva bombardato la strada fra Tel Aviv e Haifa. Gli egiziani avevano varcato la frontiera, marciavano per raggiungere le truppe sulla riva occidentale del mar Morto.
Tuttavia, dentro ai camion, nessuno aveva paura. C'era ancora l'euforia per la proclamazione di Israele, le danze nelle strade piene di luce, le canzoni, la serata così dolce, sulla spiaggia, tra i pini.
La gente diceva che, ora che gli inglesi se n'erano andati, tutto si sarebbe sistemato. Altri invece sostenevano che la guerra ero solo all'inizio e che sarebbe sfociata nella terza guerra mondiale. Ma Elizabeth non voleva stare a sentire. Anche lei stava vivendo l'ebbrezza, la gioia, ora che la meta del viaggio era così vicina. I suoi occhi brillavano, parlava e rideva come non faceva più da tanto tempo. Esther osservava il suo viso regolare incorniciato dal fazzoletto nero, le sembrava giovane e bellissima.
Durante le lunghe ore di attesa, prima della partenza, era stata lei che aveva parlato di Gerusalemme, dei templi, delle moschee, delle cupole scintillanti, dei giardini e delle fontane. Ne parlava come se li avesse già visti, forse li aveva visti in sogno. La città era il posto più bello del mondo, il luogo dove si potevano realizzare tutti i propri desideri, dove non poteva esserci guerra, perché tutti coloro che erano stati cacciati e defraudati nel mondo, coloro che avevano errato senza patria, qui avrebbero potuto vivere in pace.
La carovana dei camion era entrata in un bosco di pini e cedri attraversato da limpidi torrenti. Nel villaggio di Latrun, il convoglio si era fermato e i soldati e gli immigrati erano scesi per rinfrescarsi. C'era una fontana e un lavatoio, l'acqua scorreva con un rumore tranquillo. Le donne si erano lavate il viso e le braccia, per via della gran polvere, i bambini si innaffiavano ridendo. Esther bevve a lungo l'acqua fresca, assaporandola. Nell'aria volavano le api. Le strade del villaggio erano deserte, silenziose. Si sentiva di tanto in tanto come il brontolio di un temporale, lontano tra le montagne.
Mentre le donne e i bambini bevevano, gli uomini stavano in piedi davanti all'imbocco delle strade, con il fucile in mano. Il silenzio era strano, minaccioso. Esther ricordava il giorno in cui, con Elizabeth, erano andate in piazza a Saint-Martin mentre la gente si radunava per partire, i vecchi con i cappotti neri, le donne con il viso stretto nel foulard, i bambini che correvano senza capire, e anche allora c'era quello stesso silenzio. Solo qualche brontolio, come di temporale.
Il convoglio era ripartito. Più avanti, la strada oltrepassava le gole rocciose su cui era già sceso il buio. I camion avevano rallentato. Esther scostò il telone e vide una colonna di profughi. Una donna si chinò verso di lei. "Sono arabi." È tutto quello che disse. I profughi camminavano sul ciglio della strada, accanto ai camion. Erano un centinaio, forse anche di più, solo donne e bambini piccoli. Vestite con abiti cenciosi, a piedi nudi, la testa avvolta in stracci, le donne avevano girato il viso dall'altra parte, mentre i camion passavano in una nube di polvere. Alcune portavano i loro fardelli sulla testa. Altre avevano valigie, cartoni legati con lo spago. Una vecchia spingeva una carrozzina tutta sfasciata, carica di oggetti stranissimi. I camion si erano fermati e i profughi passavano lentamente, voltando dall'altra parte i visi dallo sguardo assente. C'era un silenzio greve, un silenzio mortale su quei volti simili a maschere di polvere e pietra. Solamente i bambini guardavano, con la paura negli occhi.
Esther era scesa, si era avvicinata, cercava di capire. Le donne sì voltavano dall'altra. parte, alcune le gridavano parole offensive nella loro lingua. All'improvviso, una ragazza molto giovane si staccò dal gruppo. Avanzò verso Esther. Il suo viso era pallido e stanco, il vestito pieno di polvere, e portava un gran fazzoletto sui capelli. Esther vide che le cinghie dei suoi sandali erano rotte. La ragazza le si avvicinò sin quasi a toccarla. Nei suoi occhi scintillava una strana luce, ma non parlava, non chiedeva niente. Per un lungo momento restò immobile con la mano appoggiata sul braccio di Esther come stesse per dire qualcosa. Poi tirò fuori dalla tasca del suo vestito un quaderno nuovo, dalla copertina di cartone nero; sulla prima pagina, in alto a destra, scrisse il suo nome a lettere maiuscole: NEJMA. Tese il quaderno e la matita a Esther perché anche lei scrivesse il proprio. Si fermò ancora un attimo, il quaderno nero stretto al petto, come fosse la cosa più importante del mondo. Infine, senza dire una parola, ritornò verso il gruppo dei profughi che si stava allontanando. Esther fece un passo verso di lei per chiamarla, per trattenerla, ma era troppo tardi. Dovette risalire sul camion. Il convoglio si rimise in marcia in mezzo alla nuvola di polvere. Ma Esther non riusciva a cancellare dalla mente il volto di Nejma, il suo sguardo, la mano di lei posata sul suo braccio, la lentezza solenne dei suoi gesti mentre le porgeva il quaderno su cui aveva scritto il proprio nome. Non riusciva a dimenticare i volti delle donne, il loro sguardo rivolto altrove, la paura negli occhi dei bambini, né quel silenzio che pesava sulla terra, nell'ombra dei valloni, intorno alla fontana. "Dove vanno?" chiese a Elizabeth. La donna che aveva scostato il telone la guardò senza dire niente. "Dove vanno?" ripeté Esther. L'altra alzò le spalle, forse non capiva neppure. Fu un'altra donna vestita di nero, dal viso pallidissimo, a risponderle: "In Iraq". L'aveva detto con una certa durezza ed Esther non osò domandare altro. La strada era dissestata dalla guerra, la polvere formava un alone giallo sotto il telone del camion. Elizabeth stringeva la mano di Esther nella sua come un tempo sui sentieri di Festiona. La donna, rivolta a Esther come cercasse di leggerle nel pensiero, aggiunse: "Non ci sono innocenti, sono le madri e le mogli di quelli che ci uccidono". Esther disse: "Ma i bambini?". Quegli occhi dilatati dalla paura le erano rimasti impressi, sapeva che niente avrebbe potuto cancellare il loro sguardo.
Alla sera il convoglio giunse davanti a Gerusalemme. I camion si fermarono su una grande piazza. Non c'erano soldati, né gente armata, soltanto donne e bambini che aspettavano vicino ad altri camion. Il sole stava scomparendo, ma la città risplendeva ancora. Esther ed Elizabeth scesero con le loro valigie. Non sapevano dove andare. Jacques Berger si era già diretto verso il centro della città. Il brontolio del tuono era molto vicino, ogni deflagrazione faceva tremare il terreno, si vedeva il bagliore degli incendi. Davanti a Esther e a Elizabeth c'era il muro della città, le colline coperte di case dalle strette finestre e, forse, i favolosi profili delle moschee e dei templi. Nel cielo color del rame s'innalzava, dal centro, una grande fumata nera, si allargava, formando una nuvola minacciosa dove cominciava la notte.
Indicazioni bibliografiche
Da J.M. Le Clézio, Stella errante, Il Saggiatore, 2000, pp. 167-170, trad. Ela Assetta
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