TESTO EDITO
RAMATA 
.Abasse Ndione
Ramata Kaba aveva dodici anni, non aveva ancora raggiunto la pubertà, non sapeva niente della vita se non che a Saraya, il suo villaggio natale, scorreva tranquilla. Una sera d'ottobre, mentre aiutava la madre a preparare la cena, Naa, la seconda moglie del padre, la chiamò. "Vai a dire alla zia Ramata di prestarmi la sua grande zucca. Domani mattina, molto presto, devo andare a prendere il latte al gregge. Ripetile parola per parola quello che ti ho detto: di prestarmi la sua grande zucca per andare a prendere il latte al gregge, molto presto domattina. Non tornare senza la zucca!".
Ramata andò dalla sorella maggiore del padre, che portava il suo stesso nome, a riferire ciò che le era stato detto. La trovò vicino al pozzo che pestava il miglio nel mortaio.
"Me l'aveva prestata tua nonna Sokona, devi andarla a prendere da lei, la zucca" dichiarò la zia, posando il pestello a terra. "Ci andrai più tardi, ora vieni con me".
La grande Ramata precedette la piccola nella sua stanza e chiuse la porta. Le ordinò di togliersi il pagne e di sdraiarsi sul letto. La bambina obbedì, un po' spaventata. La zia le si sedette accanto e le fece piegare le gambe con i talloni appoggiati sul materasso.
"Non muoverti, non ti farò male!" dichiarò provando a infilare nella vagina della nipote un uovo di faraona che aveva preso da un recipiente pieno di sabbia nascosto sotto il letto.
L'uovo non riuscì a penetrare. Ramata era vergine.
La zia le disse di alzarsi, di rimettersi il pagne e di andare subito dalla nonna a prendere la grande zucca. Stupita da ciò che la sua omonima aveva fatto, ma distratta dalla zucca che doveva riportare a casa, la bambina se ne andò.
La nonna Sokona la mandò da un'altra zia, che a sua volta la mandò da un'altra ancora... Al calare della notte, dopo chilometri e chilometri, l'ultima donna da cui era andata le disse che lei stessa aveva riportato la zucca alla seconda moglie del padre e che dunque poteva tornarsene a casa.
Dopo cena, Ramata Kaba andò a letto e si addormentò senza capire che, nella sua ricerca della zucca da una casa all'altra, non aveva fatto altro che avvertire tutte le dorme del suo clan familiare che il giorno dopo sarebbe entrata nel periodo d'iniziazione.
Il martino seguente ebbe la sorpresa di essere tirata giù dal letto dalla nonna Sokona. Era ancora buio quando la seguì nel cortile. La natura sembrava dormire, tutto era calmo e tranquillo. Si sentivano solo i versi striduli delle cavallette, numerose alla fine della stagione delle piogge, che mangiucchiavano instancabilmente l'erba. Il cielo era pieno di stelle e lontano, a ovest, la luna, un grande disco giallo pallido semi-nascosto dalla cima della montagna, stava tramontando. Dietro le capanne, Naa e la zia Ramata stavano scaldando dell'acqua in un recipiente. La nonna portò la nipote verso la doccia all'aperto e le donne la lavarono con cura, soffermandosi su ogni parte del corpo. Fece una lauta colazione a base di minestra di miglio zuccherato con miele selvatico, ascoltando le raccomandazioni di Naa che le diceva di mangiare abbondantemente perché ne avrebbe avuto bisogno per affrontare la giornata. Poi, mentre nelle capanne dormivano ancora tutti, la nonna, con un fagotto sulla testa, la prese per mano. Uscirono dal villaggio seguendo un sentiero che portava al bosco, camminarono a lungo prima che i raggi del sole cominciassero a dissipare le ombre della notte e arrivarono, dopo aver superato gli alberi dal folto fogliame, in una grande radura dove aspettavano una mezza dozzina di nonne accompagnare dalle nipotine.
La radura era circondata a sud, a ovest e a nord da alberi giganteschi aggrovigliati tra loro da liane e fitti cespugli. Sui tre lati si aprivano dei sentieri che portavano ai villaggi vicini, da cui continuavano a sbucare donne anziane e bambine. A est, un torrente dalle acque limpide scorreva placido ai piedi della montagna scoscesa. Sulla riva erano state costruite due capanne, una molto più grande dell'altra.
A metà mattina, quarantacinque bambine timorose, accompagnate dalle nonne, erano radunate in fila indiana davanti alle capanne.
Ramata Kaba fu la terza a entrare. La nonna la condusse fino alla soglia della piccola capanna, le raccomandò di non aver paura e la spinse all'interno, sola. Tre vecchie, la decana e due assistenti, tutte più anziane della nonna, erano in piedi al centro della stanza illuminata dalla luce che penetrava da una grande finestra affacciata sul torrente. A terra era posata una stuoia macchiata di sangue fresco.
La decana le indicò un buco in un angolo vicino a un grande recipiente.
"Vai a fare pipì!".
Ramata si diresse verso il buco. Aveva fatto pipì pochi minuti prima di entrare e quindi non riusciva a farla, ma non osava dirlo. Malgrado le raccomandazioni della nonna, anzi proprio per questo, aveva paura, tanta paura. Era molto incuriosita dal mistero che, sin dal risveglio, avvolgeva tutto quel cerimoniale di cui non capiva niente e di cui non le avevano spiegato niente. Ora era spaventata dal sangue che aveva visto sulla stuoia, dall'assenza delle due bambine entrate prima di lei, che non erano uscire dall'unica porta della capanna ma che non erano nella stanza, e soprattutto dalla presenza delle tre vecchie dagli occhi rossi che sembravano delle streghe. Con il pagne sollevato sopra le ginocchia, si accovacciò davanti al buco, si sforzò, ma non riuscì a farne una sola goccia. Rimase a lungo in quella posizione fino a quando, alle sue spalle, la voce sarcastica di una delle assistenti la fece sussultare:
"Ehi! Hai intenzione di stare lì a fare pipì fino al tramonto? Dài, muoviti!".
Ramata Kaba si alzò lasciando ricadere il pagne. La decana le ordinò di spogliarsi, di entrare e di sedersi nel grande recipiente dove stavano macerando delle scorze rosse. Per un attimo l'acqua le bruciò le parti intime, poi non sentì più nulla.
"Ora vieni qui!".
Non appena uscì dal recipiente, le tre vecchie l'afferrarono e, senza tante cerimonie la fecero sdraiare sulla stuoia. Non ebbe il tempo di opporre resistenza né di urlare. Una delle assistenti le si sedette sul petto e le premette una mano sulla bocca; l'altra, seduta sulla sua pancia, schiena a schiena con quella seduta sul petto, le teneva ferme le gambe divaricate. Non vedeva la terza, la decana, che doveva operare. Sentì un breve ma intenso dolore, poi venne immediatamente liberata dalle due assistenti che la soffocavano con il loro peso.
"Ecco fatto!" annunciò la decana brandendo il coltello sporco di sangue. "Alzati dalla stuoia e mettiti in ginocchio".
Obbedì. Si accorse che stava sanguinando. Non molto. Il sangue colava a gocce dalla vagina e veniva subito assorbito dalla terra. Non sentiva troppo dolore, solo un pizzicore tra le gambe. La decana le chiese di immergersi di nuovo nel recipiente che conteneva le scorze rosse. Quando, dopo una decina di minuti, ne uscì fuori, il sangue non colava più e il pizzicore era sparito. La decana aprì il fagotto portato dalla nonna, tirò fuori un pagne e una camicetta di cotone e glieli fece indossare sul corpo ancora bagnato. Una delle assistenti aprì una porta nascosta in fondo alla capanna, la fece passare di lì e la condusse nella grande capanna che fungeva da dormitorio, dove vide le due bambine operate prima di lei sdraiare sulle stuoie.
Mentre il sole iniziava la seconda metà della sua corsa, venne compiuta l'infibulazione sull'ultima bambina. Le tre vecchie uscirono dalla capanna e intonarono in coro il Canto delle iniziate:

Le madri delle bambine infibulate non hanno la testa piena!
E neppure le matrigne hanno la testa piena!


Le nonne nella radura risposero con lo stesso canto, battendo le mani per accompagnarsi. Cantarono e ballarono fino al tramonto. Calò il buio. La luna, al quattordicesimo giorno, enorme globo d'argento, splendeva in un cielo senza nuvole disseminato di innumerevoli stelle. Sembrava di essere in pieno giorno. Le nonne, stanche, tornarono infine ai rispettivi villaggi, lasciando le nipotine sotto la custodia della decana e delle due assistenti.
Un fuoco acceso al centro della capanna che serviva da dormitorio sprigionava più fumo che luce. Le bambine, vegliate dalle tre vecchie, trascorsero la notte attanagliate dalla fame. Da quando, a casa, avevano fatto colazione, non avevano mangiato più niente.
Il giorno dopo vennero svegliate molto presto e portate una dopo l'altra nella piccola capanna. Supine, tenute ferme dalle assistenti con le gambe divaricate e le ginocchia piegate, urlarono di dolore quando la decana applicò sulla ferita la densa linfa di una felce raccolta lungo il torrente, che aveva un colore bianco giallastro simile alla crema di latte e bruciava come l'alcol. Dopo le prime medicazioni, tornarono nel dormitorio e ognuna di loro ricevette una piccola zucca piena di un'insipida minestra di miglio, senza sale, né latte, né zucchero. Terminato il pasto, si sedettero sulle stuoie ad ascoltare con attenzione le tre vecchie: una lezione sulle regole che dal quel momento in poi avrebbero dovuto seguire per rispettare il loro ruolo nella società, la sottomissione ai mariti e l'importante funzione di moglie e madre, cardini della famiglia, custodi del focolare. A metà giornata, la lezione venne sospesa e fu servita un'altra razione di minestra insipida; poi di nuovo lezione fino a sera. Un'altra razione di minestra insipida e a dormire.
I giorni trascorsero identici, scanditi dalle medicazioni, dalle lezioni, dalla minestra... Passò una settimana.
La linfa della felce era efficace, le loro ferite erano già rimarginare. La decana annunciò che il periodo di riposo era finito. D'ora in avanti avrebbero dovuto occuparsi loro stesse della pulizia del dormitorio, di andare a prendere acqua e legna, della cucina e dei piatti. Obbedirono organizzandosi in piccoli gruppi.
Un giorno, Ramata Kaba stava preparando il pranzo quando vide sua madre con una zucca in testa camminare ai margini del bosco. In uno slancio di gioia, lasciò il mestolo di legno con cui stava girando la minestra nel pentolone e corse verso di lei.
Quale fu la sua delusione davanti alla reazione della madre quando la raggiunse al centro della radura! Ramata, pronta a saltarle al collo, venne respinta bruscamente e la donna, senza neppure guardarla né rivolgerle la parola, tirò dritto verso le capanne lasciandola lì in mezzo alla radura, sconvolta e umiliata. La madre raggiunse le tre vecchie, posò un ginocchio a terra per salutarle, porse loro la zucca piena di miglio, si rialzò, si voltò e se ne andò. Passò di nuovo vicino alla figlia senza prestarle la minima attenzione. Ramata si chiese per un momento se non si fosse sbagliata, forse aveva confuso sua madre con un'altra donna? No, non era possibile! L'avrebbe riconosciuta fra mille, anche al buio. Era proprio lei. Ma perché si comportava in quel modo? Con il cuore in gola, Ramata, immobile, guardò la madre allontanarsi sperando che si voltasse per dirle che era stato tutto uno scherzo. Ma la madre non si voltò e sparì dietro gli alberi.
Mentre tornava alla sua minestra, la decana la chiamò nella capanna.
"Perché sei corsa verso tua madre?" le chiese con le mani nascoste dietro la schiena.
"Perché ero contenta di vederla" rispose Ramata con gli occhi pieni di lacrime.
Non aveva ancora finito di rispondere che lo stelo di bambù che la decana teneva dietro la schiena si abbatté con terribile forza sulla sua spalla. Cacciò un urlo acuto e indietreggiò alzando il braccio per ripararsi dal secondo colpo. Ma, inaspettatamente, fu raggiunta alla schiena, una, due volte. Cadde a terra contorcendosi dal dolore. Le tre streghe continuarono a percuoterla fino a che Ramata perse la voce a furia di gridare. La decana le intimò di alzarsi, di smettere di piangere e di asciugarsi le lacrime.
"Piccola sciocca!" le urlò con voce tagliente. "Non ti abbiamo insegnato che una donna non deve mai manifestare i propri sentimenti? Che in ogni circostanza deve sapersi dominare, avere il senso della misura, non gemere se soffre, non ridere se è felice? Ora torna a preparare la cena, e fai in fretta!".
Il giorno dopo, Ramata Kaba stava lavando le stoviglie in riva al fiume quando vide Naa camminare in mezzo alla radura con una zucca in testa. Continuò a lavare in tutta tranquillità senza guardarla. La visita di Naa fu breve quanto quella della madre.
La decana chiamò Ramata e le chiese:
"Perché non sei corsa incontro a Naa?".
Gli steli di bambù le avevano lasciato lividi dolenti su tutto il corpo. Da persona sensata, recitò senza sbagliare la lezione. Ciò nonostante ricevette una nuova punizione, severa come quella del giorno prima, seguita da una raccomandazione:
"Non hai imparato niente di tutto quello che ti è stato in segnato, ragazzina senza cervello? Non ti è stato insegnato a distinguere il senso della misura dal rispetto? Non dovevi dimostrare alla seconda moglie di tuo padre un po' di rispetto andando da lei per aiutarla a portare il recipiente?".
Tutte le bambine avevano ricevuto visite, e tutte erano state trattate da sciocche senza cervello e punite severamente. Neppure una riuscì a evitare quel supplizio, qualunque risposta avesse dato. Le tre streghe trovavano sempre un buon motivo per picchiarle e ricordare loro la lezione a suon di bastonate.
Passò un mese.
Una mattina, all'ora del primo pasto, le bambine videro arrivare le madri, le seconde mogli, le zie, le nonne, le cugine, le donne e le ragazze dei loro villaggi. Quel giorno non ci furono faccende da sbrigare, lezioni o colpi di bambù. Per la prima volta poterono fare il bagno nel fiume, farsi pettinare dalle visitatrici, indossare vestiti nuovi e consumare un abbondante pasto a base di riso alla salsa di arachidi con carne. Dopo aver mangiato, ognuna con una piccola scodella di legno in mano, formarono un grande cerchio nella radura, circondate dalle visitatrici. Al centro, le due assistenti stavano finendo di preparare una bevanda a base di latte fresco e miele. Quando le bambine ebbero finito di bere, la decana, imitata dalle assistenti, si tolse il fazzoletto dalla resta, lo lanciò in aria, batté tre volte le mani e lo riafferrò al volo. Era il segnale.
I griot, nascosti dietro gli alberi, suonarono il tam-tam a ritmo indiavolato prima di fare la loro apparizione. A loro volta, le visitatrici lanciarono insieme i fazzoletti in aria e batterono le mani. La decana fece un lungo discorso: ringraziò Dio Onnipotente anche a nome delle sue compagne e disse di essere fiera di veder tornare a casa sane e salve tutte le bambine che le erano state affidate. Nessuna di loro, nemmeno una volta, si era ammalata, non c'erano stati decessi e addirittura, durante tutta la loro permanenza, neppure una notte si era udito l'urlo della civetta che annuncia notizie funeste. Infine, la decana fece volare un'ultima volta il suo fazzoletto e intonò il Canto del ritorno.
Due anni dopo, Ramata Kaba trasgredì uno degli insegnamenti più importanti, su cui la decana e le assistenti avevano particolarmente insistito: non slacciarsi mai il pagne di fronte a un uomo che non sia il proprio marito. Era lo stesso anno in cui aveva visto il suo corpo trasformarsi. Era cresciuta e così i suoi seni, i peli del pube e delle ascelle; anche la voce era cambiata, diventando più grave. Si era accorta di attirare lo sguardo degli uomini che, incontrandola, si voltavano a guardarla. Non le dispiacque affatto.
Sulla piazza del villaggio in una sera di luna piena era stata organizzata una seduta di tam-tam. Un giovane agricoltore che aveva il compito di sorvegliare i contadini nei campi di cotone, con cui Ramata flirtava da alcuni giorni, riuscì a portarla in camera sua.
"Devo farlo solo con mio marito" aveva detto Ramata tentando di difendersi tiepidamente. Era sdraiata sul letto con il pagne slacciato e pensava senza sosta alle tre streghe.
Il giovane agricoltore, chino su di lei, si rifugiò in calcio d'angolo:
"Ma io ti sposerò, lo sai!".
"Mio padre mi ucciderà!" insistette Ramata.
"Non lo saprà mai. E, comunque, io ti sposerò".
Ramata non seppe mai se il giovane parlasse seriamente: una settimana dopo era annegato facendo il bagno al fiume.
L'anno seguente, per seguire i corsi al liceo Kennedy, andò a vivere a Dakar dal fratello della madre, Toumani. Lì conobbe altri uomini. E, durante ogni rapporto, vedeva e sentiva la decana e le due assistenti raccomandarle di non slacciarsi il pagne.
Quando Ramata iniziò ad avere i suoi primi rapporti sessuali, era così giovane da non rendersi conto di essere insensibile. Più tardi, maturando e leggendo giornali che parlavano di sesso, cominciò a sospettarlo. Ma era un pensiero vago, per nulla ossessivo. Credeva di essere inibita a causa delle sue relazioni sconvenienti. Una volta sposata...
Indicazioni bibliografiche
Abasse Ndione, Ramata, Edizioni e/o, 2004, pp. 240-249, trad. Barbara Ferri
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