TESTO EDITO
VITA 
.Melania Mazzucco
In questa città, tutto sembra in demolizione - o in costruzione. Come dopo un'alluvione, o un terremoto. Ovunque guardi, impalcature, tettoie, scheletri di ferro alti trenta piani, gru, tavole, passerelle, tunnel, buchi, voragini profonde cinquanta metri, da cui di giorno provengono tonfi, colpi di piccone e lontane, ovattate voci di uomini - e di notte la musica stridula del vento che suona fra i tubi di ferro e le lamiere. Tutto cade a pezzi, e tutto è nuovo. Ci sono case centenarie, e case nate ieri e non ancora abitate. In questa città costruiscono tutto - ferrovie, alberghi, banche, chiese. Alla Settima Avenue, fra la Quarantaduesima e la Quarantatreesima, stanno costruendo il grattacielo del "New York Times". Sarà il più stupefacente grattacielo della città, trecentosettancinque piedi - il secondo edificio più alto, dopo il Park Row Building. Più alto del Manhattan Life Insurance Building, che misura solo trecentoquarantotto piedi, del Pulitzer, che ne misura trecentonove, del Flatiron che non arriva a trecento e della chiesa della Trinità che si ferma a duecentonovantasei. Lo porteremo all'ultimo piano. Il fratello americano guarderà la città dall'alto e ci sputerà sopra. È un'idea grandiosa, subito approvata.
L'entusiasmo mette le ali ai piedi. Corrono per tutta la Settima Avenue. A perdifiato. Peccato che non capitano mai in questa parte della città, e perciò non sanno che il palazzo è quasi pronto: ad aprile dell'anno prossimo apriranno gli uffici. Hanno già messi gli ascensori, mancano solo i vetri alle finestre. Il grattacielo ha una torre quadrata con un'asta in cima. Ma per riuscire a vederla devi torcere il collo. Quasi perdi l'equilibrio. Ti gira la testa. La torre non è finita. Le impalcature la avviluppano come un tutore di ferro. Le scalette salgono dritte fino al cielo. Sembrano malferme, instabili, appoggiate nell'aria come i fili di una ragnatela. Ci ammazziamo, commenta Geremia. Ammazziamoci, dice Rocco. La constatazione non suscita neanche un brivido. Solo i vecchi hanno paura di morire.
Scavalcano uno dopo l'altro la recinzione del cantiere. Hanno già violato decine di cantieri per rubare assi, carbone, bistecche o cassette di pesce, perciò sanno come schivare il filo spinato. Diamante, che vuole definitivamente scrollarsi di dosso il nomignolo Celestina, si issa sulla rete per primo, e per primo salta nella polvere. Alla faccia del "New York Times" che lo respinge con le sue pagine tappezzate di parole sconosciute. I guardiani giocano a carte nella portineria, e anche se tengono la porta aperta per far circolare l'aria non li notano quando i quattro, leggeri, inconsistenti come ombre, si avventano sulle scalette che collegano fra loro i vari piani delle impalcature e s'arrampicano sui pioli di ferro. Sono all'altezza del terzo piano, e Diamante già si spenzola per spiare nei riquadri delle finestre, immaginandosi di vedere le scrivanie dei cronisti di nera, in maniche di camicia e con la penna dietro l'orecchio, quando un cane abbaia, con insistenza molesta. Geremia richiama l'attenzione di Rocco. Che dobbiamo fare? Non possiamo lasciarla lì. Cavalcioni della rete, alta più di due metri, c'è Vita, perfettamente visibile alla luce dei fanali che illuminano il cantiere. La lunga gonna rossa s'è impigliata al filo spinato, e non può saltare giù in strada né muoversi. Oh, Cristo. Dalla portineria dei guardiani proviene un rauco ordine a quel cane del cazzo di tacere. Vita scrolla la rete. Invano. Il filo spinato s'è attorcigliato attorno alla gamba, ha strappato la stoffa, imprigionato il piede.
I ragazzi non si muovono. Si sporgono nel vuoto. Che razza di situazione. Se li trovano a quest'ora nell'edificio più prezioso della città, con la scatola e quel che c'è dentro, il rinvio alla Children's Court è sicuro. E tutto per colpa di Vita. Rocco c'è già stato, al collegio dove la Children's Court manda i bad-boys del quartiere, e non ci vuole tornare. Appioppa la scatola a Diamante e scende. È così leggera, la scatola. Come fosse vuota. Forse è davvero così, e dentro non c'è niente. Quanto poco pesa una cosa non nata. Con la sua andatura ciondolante, senza fretta, Rocco riattraversa lo spiazzo. Le braccia penzoloni lungo i fianchi. Così grosso, fa pensare a un orso in piedi sulle zampe posteriori. Quando la deposita a terra, Vita è in mutande, perché quel che resta della gonna è un brandello impigliato sul filo spinato come una bandiera. Diamante pensa che i guardiani lo vedranno e li acchiapperanno. In fondo, però, non gliene importa niente. Non è mai salito su un grattacielo e vuole salirci. Anche se dalle impalcature. I ragazzi non hanno mai visto una femmina in mutande, perché finora le donne le hanno prese troppo in fretta, e sempre al buio, e non c'è stato modo di studiarne la biancheria, sicché sono distratti mentre s'arrampicano sui pioli di ferro - il chiarore del merletto riluce nell'ombra. Meglio così.
Non voltatevi mai. Non guardate in basso. La città sembrerebbe irreale, dipinta sul fondo di una scatola, le distanze ingannevoli. Il cielo illusoriamente più vicino. Salgono, salgono, e si chiedono cosa c'è sotto quel diafano schermo di stoffa.
Il Vangelo di Lena è tutto strappato, stinto e imbrattato di sugo - la metà delle pagine mancano. In casa non ci sono libri e quando i bordanti devono correre d'urgenza al gabinetto non trovano di meglio per asciugarsi. Lena non se n'è mai accorta perché non sa leggere e il Vangelo si accontenta di tenerlo sotto il cuscino. Un foglietto tira l'altro, e ormai è rimasto solo il Prologo di Giovanni, che non è molto adatto al funerale di un bambino. Sempre che questo sia un funerale e la cosa rossa un bambino e non piuttosto un errore o un peccato. "Egli venne come testimone per rendere testimonianza della luce", legge Diamante, con l'intonazione più solenne che può, "affinché tutti vedessero - no, scusate, credessero, non si legge bene - affinché tutti credessero attraverso di lui. Egli era nel mondo, ma il mondo non l'ha conosciuto". Geremia si morde i baffetti a spazzolino da denti, s'aggrappa al tubo di ferro e per un attimo dondola coi piedi nel vuoto. Si sente eccitato - come se stesse per spiccare il volo. La salita non l'ha stancato. L'altezza lo inebria. Non vuole più lavorare sottoterra. Vuole lavorare quassù - vicino a Dio e alle nuvole. Adesso sa che in America non puoi soffrire di vertigini, altrimenti resterai sotto i tacchi di tutti. All'inferno. Coca-cola indugia sulle mutande di trine della sorella. Non s'e ancora abituato al fatto che sia sua sorella. Si tocca, pensando a lei. C'avrà pure nove anni, ma è talmente carina che già gli fa venire il malditesta. Vita guarda la città che sembra vibrare, là sotto, e la scatola che Rocco tiene alta davanti a sé, come un chierichetto la cassetta delle offerte. Dove vanno i morti? È vero che le notti senza luna si aggirano fra i vivi, bussano alle porte, s'infilano nei letti e cercano di vendicarsi dei torti che hanno subito? E il fratello americano ha subito un torto? Lei gli ha augurato ogni giorno di morire perché se a Agnello gli fosse nato un figlio americano non sarebbe mai tornato da Dionisia - e infatti è morto. Verrà a cercarla? Minuscolo com'è stanotte, o grande come i fantasmi? Quanti anni hanno i fantasmi? "È venuto in casa sua e i suoi non l'hanno ricevuto. Ma a tutti quelli che l'hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventar figli di Dio". Poi Diamante s'interrompe, e non riesce a continuare, perché il vento sposta continuamente la torcia di Nicola. S-s-spicciati, Diamà, non teniamo t-t-tempo. Le righe s'incrociano, si sovrappongono. Forse non finisce così, ma Diamante scandisce: "Nessuno ha mai veduto Dio".
"Amen", dice Rocco. Amen, ripetono i ragazzi, facendosi il segno della croce. In cima alla torre il vento è così violento che se non t'aggrappi ai sostegni voli via. Un giorno quassù ci saranno gli uffici della direzione e gli uomini che siederanno qui comanderanno il mondo. Anche il fratello americano comanderà il mondo ma essi non lo sapranno. Da quassù, la città sembra il ricordo di un sogno e le luci gocce di pioggia dietro il finestrino di un treno. Nell'aprile del 1904 sull'asta in cima alla torre sventolerà la bandiera americana, ma il 23 agosto 1903 in cima alla torre ci siamo noi e ve ne accorgerete. Chi nun ce po' vede', schiatta e crepa; chi ce vo' vede' morti e chi ‘n galera, schiatta e more. I ragazzi avrebbero voglia di cantare, ma gli vengono in mente solo le canzoni di Enrico Caruso. Sarà un sacrilegio? Macché, gira la voce che in autunno anche Enrico Caruso se ne verrà in America a cercare la fortuna e le conoscerete anche voi le sue canzoni. Cantano in coro, a squarciagola, E lucevan le stelle, mi cadea tra le braccia, o dolci baci o languide carezze - anche se non si ricordano le parole e ognuno ricama le strofe come può. Stelle quassù ce n'è miliardi, ma non luccicano per niente, sembrano impolverate. Rocco svuota la bottiglia di petrolio nella scatola. La richiude. Tutti vogliono accendere il fuoco, ma alla fine il privilegio è accordato a Coca-cola, in quanto mancato fratello e comunque due volte parente. Il vento spegne uno dietro l'altro tutti i fiammiferi. Fortuna che Vita ha portato i suoi. Rovescia la bottiglia d'alcol sulla scatola di cartone. Il loro primo falò sarà un falò azzurro. La fiamma guizza sul coperchio, lo abbraccia, lo avviluppa, ma non prende: per un attimo la scatola è avvolta nell'azzurro, inviolata. Poi comincia ad accartocciarsi. Annerisce. Scricchiola. Sprofonda. Si liquefà. Diamante si copre la bocca con la mano. L'ascensione non ha un buon odore. Il vento soffia le fiamme in faccia ai ragazzi, sui capelli, sulle camicie. Vita cattura le scintille, le guarda mentre agonizzano nel palmo della sua mano. Il fuoco vola. Lui vola. Voliamo via tutti. Quattrocento piedi da terra. E lucevan le stelle. Sembra di toccarle. Niente ricade. Sparisce, semplicemente. Ciao.
Geremia passa la punta della scarpa sulla cenere, la calpesta, la schiaccia, la appiana, meticoloso, quasi accarezzandola. I ragazzi restano assorti, fissando il cielo in cui se n'è volato l'americano non nato. Se Diamante li ritenesse capaci di tanto, giurerebbe che sono commossi. Le voci dei guardiani, dall'interno dell'edificio, arrivano all'improvviso, come una folata di vento. Le torce disegnano un cono di luce sulle travi d'acciaio, e - là dove le tavole si interrompono - sui tubi di ferro, sulle impalcature, sulle stelle impolverate, poi si orientano verso di loro. I cani abbaiano. Chi c'è? Chi c'è lassù? Ehi, voi, da dove cazzo siete saliti? I latrati dei cani se li porta via il vento. Via tutti, giù subito - ognuno per sé, ci si vede a casa. No, dobbiamo prima dargli un nome, altrimenti non può andare in Paradiso, protesta Vita. Batte i denti per il freddo dei quattrocento piedi di altezza, il senso di colpa e lo sconvolgimento di questa notte. Voleva che il bambino morisse - ma nel sonno, come i tanti neonati che a un tratto, senza che i dottori sappiano spiegarselo, decidono di non restare, e se ne tornano da dove sono venuti. Voleva che Lena morisse - ma non ancora, perché ha tante cose da insegnarle, e comunque non così. Le scappa irresistibilmente la pipì. Già da tempo tiene le gambe incrociate, e contrae i muscoli, ma le gambe tremano, e a forza di trattenersi un dolore acuto la trafigge nel basso ventre. Sarebbe ridicolo e umiliante farsela addosso proprio mentre il fratello americano vola sopra le stelle stinte dalle luci, sputa sopra alla città e la banda dei ragazzi le ha permesso di assistere alla cerimonia segreta. I cani si avvicinano e il nome per il frettoloso battesimo non viene. Non ci hanno mai pensato, finora. Non si sono nemmeno accorti della sua presenza, e se Agnello non li avesse invitati a brindare al suo futuro figlio americano non lo saprebbero ancora. Lena è così snella che nonostante la gravidanza le spuntavano ancora le vertebre sotto la stoffa del vestito. Lo chiamiamo Bambino, taglia corto Rocco. Il nome è approvato con un cenno collettivo del capo. Buonanotte, ciao, Bambino.
I guardiani devono aver sganciato i guinzagli, perché il ringhio dei cani è vicinissimo. Coca-cola spegne la torcia. Scivolano giù sui pali, urtandosi e spingendosi, in un'oscurità stantia e informe. Non c'è altra via, perché i guardiani presidiano le scale a pioli. Il metallo brucia le mani. Le tavole s'impennano. I pali sono di fuoco. Scendere verso dove. I piedi che poggiano sul niente. La pelle delle mani che s'incendia - i calzoni che per l'attrito coi pali sprizzano scintille. Centinaia di metri di buio, luci, vento, orbite vuote di finestre, stanze vuote, finestre, finestre, finestre. Le impalcature non conducono da nessuna parte. La facciata è stata completata, fino al trentacinquesimo piano. A un tratto sotto Diamante si spalanca l'abisso. Deve essere andato dalla parte sbagliata. È finito troppo a destra. In basso, giù in strada, passano delle carrozze. I cavalli sono più piccoli del suo mignolo. Diamante è sul punto di scoppiare in lacrime. E questo che succede a scrivere le lettere dell'Uomo col fazzoletto rosso. Chi va con lo zoppo impara a zoppicare. Chi dorme col cane si alza con le pulci. Adesso lo arrestano, lo processano e lo espellono dall'America - ha avuto la sua occasione, e l'ha sprecata. Di là - urla Nicola. S'accalcano sull'esile tavola che si protende verso il tubo di scarico della calce, in fondo al buio. I guardiani urlano, sono qui di nuovo, evidentemente gli ascensori già funzionano, i cani zampettano, Bambino è venuto troppo presto e la gatta frettolosa fa i gattini ciechi, c'è odore di calce e un caldo stantio, il tubo di scarico di un grattacielo non nato è un cunicolo sempre più angusto, con le pareti sempre più strette, bagnato, gommoso e molle, la cosa rossa galleggia nel catino, Lena si raggomitola sul letto col ventre squarciato e nessuno ha mai veduto Dio. Il Vangelo strappato scivola dal cuore in tumulto di Diamante. Non sa perché, ma stanotte gli sembra di aver salutato il suo sesto fratello morto senza aver il diritto di crescere, di diventare qualcuno, e gli viene da piangere. Il tubo di scarico della calce è un cilindro largo poco più di un metro. Nella gomma si susseguono le giunture, a distanza regolare. Sembra un verme. Sarà lungo cento metri. Non ha visto i ragazzi tuffarcisi dentro. Bisogna entrare di piedi? O di testa? Tenersi alle giunture e provare a calarsi piano o buttarsi a corpo morto, come sullo scivolo di una fiera? Diamante è rimasto per ultimo, e il cane gli azzanna il polpaccio. I denti gli affondano nella carne, come la tagliola nel topo incauto. Cerca di scrollarlo via, agitando la gamba, ma la morsa si stringe più forte. S'aggrappa ai calzoni di Rocco, perché non gli venga la tentazione di abbandonarlo là sopra. Aiutami, aiutami, si ritrova a implorare. Con una voce infantile, supplichevole, che quasi non sembra la sua. Infatti è quella di Celestina. Rocco s'inchioda sul bordo del tubo, sbuffando. Lo agguanta per un braccio e lo solleva, con la stessa facilità con cui raccoglierebbe da terra un fazzoletto. Entra, gli dice, infilandolo nel buco. Poi, mentre Diamante urla di non lasciarlo, lo tiene per il tallone con una sola mano, con l'altra afferra la testa del cane e gli affonda le dita nelle palle degli occhi, finché quello non molla la presa, e tonfa nel buio. Molla la presa anche Rocco, e Diamante scivola a capofitto.
Nessuno ha visto Dio, ma Diamante stanotte ha visto Rocco. Quant'è forte, e quanto è coraggioso. Quanto vorrebbe diventargli amico. L'ha salvato dal cane, dai guardiani e dalla Children's Court, anche se Diamante gli ha già detto che non vuole più scrivere le lettere dell'Uomo col fazzoletto rosso. E tutto ciò, Rocco l'ha fatto in bilico nel buio, grosso, goffo com'è e impedito dal peso morto di una ragazzina paffuta di nove anni. Perché Rocco s'è caricato Vita in braccio: in mutande, con gli stivaletti slacciati e scombussolata com'è, non scendeva abbastanza veloce. Il tubo si stringe. Diamante si graffia le mani contro le giunture, s'incastra, si dimena, si libera, cade ancora a precipizio, sbatte, rimbalza contro le pareti di gomma. Non dubita mai di sfracellarsi. Rocco non lo permetterà. Da qualche parte, là in fondo, deve esserci qualcosa di accogliente.
Rocco continua a vedere la cosa rossa. Continua a tentare di dimenticarla. Affonda il viso nei capelli di Vita. Vita gli serra le caviglie dietro la schiena, e le braccia attorno al collo. Trema come se piangesse, ma non sta piangendo. Non si mostrerà così debole, mai, mai, mai. Rocco scivola lungo il tubo, la giacca si lacera contro là gomma, i piedi frenano contro le giunture, il tubo dondola. Diamante pensa, è incredibile quanto possa essere buono un duro. Gliel'aveva detto di non venire con noi, e lei è voluta venire lo stesso, anche se nessuno disubbidisce a Rocco - e se ne pente, quando lo fa. Di più. Quando Vita non riesce più a trattenersi e svuota la vescica sulla sua camicia, Rocco non si arrabbia, non impreca, non la prende nemmeno in giro, come Vita meriterebbe che facesse e come Diamante stesso farebbe al posto suo. Finge di non rendersi conto che le mutande di Vita sono fradice, e fradicia è la sua unica camicia buona. Non la mette giù neanche quando cadono nel cassone della calce e affondano in un impasto molle che sembra fango. Si rialza e continua a tenersela avvinghiata al collo. Intreccia sotto le natiche di lei le grosse mani che non sa mai dove mettere e che gli sono sempre d'ingombro. E la porta, bagnata com'è, su e giù tra le buche del cantiere, lungo lo spiazzo illuminato dai fanali, su e giù per la recinzione, attraverso il filo spinato e poi, camminando con quella sua andatura inconfondibile, ciondolante, per decine di isolati, attraverso la città sempre meno grandiosa, sempre meno illuminata - Trentesima strada, ventesima, decima, zero - fino a casa.
Vita continua a stringere convulsamente le caviglie dietro la schiena di Rocco, e le braccia dietro al suo collo. Ma gli ha appoggiato la testa sulla spalla, e forse s'è addormentata. Diamante, dolorando per il morso del cane, per gli urti e gli attriti della discesa, zoppica accanto a quel San Cristoforo colossale: non riesce a distogliere lo sguardo dalle gambe nude di Vita incrostate di calce e da quella macchia sulla camicia. L'alone scuro sulla camicia di Rocco gli sembra lo stemma di una nobiltà che lui non possiede. Rocco vede la cosa rossa e i capelli neri di Vita. Ogni tanto si volta e lancia al suo trotterellante accompagnatore uno sguardo meditativo. Un po' lo intimidisce, Diamante, perché legge i giornali, ha gli occhi così limpidi e azzurri, e conosce un mucchio di storie che lui non sa. Sei buono a tenere un segreto? gli chiede, quando raggiungono i primi blocchi di Prince Street. L'ho già tenuto, risponde Diamante. E non lo dici allo zio Agnello e ai ragazzi? Lo sai che non lo faccio, Desperado. Io non le capisco proprio le donne, dice Rocco, lanciando un'occhiata dubbiosa a Vita, che però non si muove, la testa reclina sulla sua larga spalla. Non se n'è venuto da solo, il bambino - l'ha tirato fuori lei. Chi? sussurra Diamante che stanotte ha perso completamente l'orientamento e s'è buttato a capofitto nel buio per inseguire il senso difatti che gli sfuggono e che forse non sa. Lena, risponde Rocco, fermandosi a sfilarsi dalla bocca un capello lungo e nero. Mi sa che è uscita completamente pazza. Sta' alla larga da lei.
Indicazioni bibliografiche
Melania Mazzucco, Vita, Rizzoli, 2003, pp. 75-79
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