TESTO EDITO
L'OMONIMO 
.Jhumpa Lahiri
Fin da bambino aveva l'abitudine di leggere camminando, sempre con un libro in mano sulla strada di scuola, passando da una stanza all'altra nella casa paterna ad Alipore, su e giù per tre piani di scale di argilla rossa. Senza scomporsi. Senza distrarsi. Senza inciampare. Da ragazzo aveva letto tutto Dickens. Leggeva anche scrittori più recenti, Graham Greene e Somerset Maugham, comprati al suo banchetto preferito in College Street con le mance dei pujo. Ma i suoi prediletti erano i russi. Il nonno paterno, ex professore di letteratura europea all'università di Calcutta, glieli leggeva ad alta voce in traduzione inglese quando era piccolo. Ogni giorno, all'ora del tè, mentre fratelli e sorelle giocavano a kabadi e a cricket fuori, andava in camera di suo nonno e per un'ora il nonno leggeva sdraiato sul letto, con le caviglie incrociate, il libro appoggiato sul petto, e Ashoke raggomitolato accanto. In quell'ora Ashoke era sordo e cieco al mondo circostante. Non sentiva i fratelli e le sorelle ridere sul terrazzo, non vedeva la stanza angusta, ingombra e polverosa dove il nonno leggeva. "Leggi tutti i russi, e quando hai finito rileggili" aveva detto il nonno. "Non ti tradiranno mai". Quando ebbe imparato l'inglese a sufficienza, cominciò a leggerli per conto suo. Era stato camminando lungo le strade più rumorose, più trafficate del mondo, Chowringhee Road, Gariahat Road, che aveva letto pagine dei Fratelli Karamazov, Anna Karenina e Padri e figli. Una volta un cugino più piccolo, cercando di imitarlo, era caduto dalle scale di argilla spaccandosi un braccio. La madre di Ashoke era convinta da sempre che suo figlio maggiore sarebbe finito sotto un autobus o sotto un tram, con il naso immerso in Guerra e pace. Che sarebbe morto con un libro in mano.
Un giorno, nelle prime ore del 20 ottobre 1961, era quasi accaduto. Aveva ventidue anni, studiava al B.E. College. Viaggiava sul treno espresso numero 83 sulla linea Howrah-Ranchi, andava a passare le vacanze dai nonni; si erano trasferiti da Calcutta a Jamshedpur quando il nonno aveva smesso di insegnare all'università. Non aveva mai trascorso una vacanza lontano dalla famiglia. Ma il nonno da poco aveva perso la vista, e aveva specificamente richiesto la compagnia di Ashoke, perché gli leggesse lo "Statesman" al mattino, Dostoevskij e Tolstoj al pomeriggio. Ashoke accettò l'invito con grande gioia. Portava con sé due valigie, la prima piena di vestiti e regali, la seconda vuota. Perché proprio in occasione di quella visita, aveva dichiarato il nonno, i libri della vetrinetta, raccolti per tutta una vita e custoditi sotto chiave, sarebbero passati ad Ashoke. Quei libri gli erano stati promessi dai tempi dell'infanzia, e per quanto potesse ricordare li aveva desiderati più di ogni altra cosa al mondo. Ne aveva già ricevuto qualcuno negli ultimi anni, per il compleanno o altre ricorrenze speciali. Ma adesso che era venuto il momento di ereditare il resto, il momento in cui il nonno non era più in grado di leggere da solo, l'insieme lo rattristava e, sistemando sotto il sedile la valigia vuota, era turbato dalla sua leggerezza, amareggiato dalle circostanze per le quali, al ritorno, sarebbe stata piena. Per il viaggio portò solo un libro, un'edizione cartonata dei racconti di Gogol, regalo del nonno per il diploma. Sul frontespizio, sotto la firma del nonno, Ashoke aveva riportato la sua. A causa della passione di Ashoke per quel libro in particolare, la rilegatura aveva recentemente ceduto, minacciando di dividersi in due. Il suo racconto preferito era l'ultimo, Il cappotto, e aveva appena cominciato a rileggerlo quando il treno uscì dalla Howrah Station, a tarda sera, con un fischio prolungato e assordante, allontanandosi dai suoi genitori e da sei fratelli e sorelle più piccoli, tutti venuti a salutarlo, ammassati fino all'ultimo davanti alfinestrino, ad agitare la mano dalla lunga banchina annerita. Aveva letto Il cappotto troppe volte per poterle contare, certe espressioni, certe frasi, si erano radicate nella sua memoria. Ogni volta era conquistato dalla storia assurda, tragica, eppure singolarmente suggestiva di Akakij Akàkievic, il meschino protagonista che passa la vita a copiare umilmente documenti scritti da altri, ridicolizzato da tutti. Provava una profonda simpatia per il povero Akakij, un modesto impiegato come era stato il padre di Ashoke all'inizio della sua carriera. Ogni volta, leggendo il resoconto del battesimo di Akakij, e la serie di nomi assurdi che la madre aveva respinto, rideva ad alta voce. Rabbrividiva alla descrizione del pollice del sarto Petrovic "con la sua unghia deforme, spessa e coriacea come un guscio di tartaruga". Gli veniva l'acquolina in bocca per il pasticcio di vitello freddo, la panna e lo champagne che Akakij si concede la sera in cui gli rubano il prezioso cappotto, nonostante non avesse mai assaggiato niente di simile. Restava immancabilmente sconvolto quando Akakij veniva rapinato "in una piazza che gli sembra un deserto spaventoso" restando infreddolito e vulnerabile, e la morte di Akakij, qualche pagina più avanti, gli faceva sempre venire le lacrime agli occhi. Stranamente, più rileggeva il racconto, più perdeva di vista il significato, mentre le scene che riusciva a figurarsi così nitidamente, ad assorbire così totalmente, diventavano sempre più intense e inafferrabili. Il fantasma di Akakij, così come incombe sulle ultime pagine del libro, si insedia nel profondo della sua anima, gettando luce su tutta l'irrazionalità, l'ineluttabilità del mondo.
Fuori era diventato in fretta tutto nero, le luci sparse di Howrah e poi più nulla. Aveva una cuccetta di seconda classe, nel settimo vagone, dietro la carrozza con l'aria condizionata. Per via della stagione il treno era particolarmente affollato, particolarmente rumoroso, carico di famiglie in vacanza. I bambini sfoggiavano i loro vestiti migliori, le bambine fiocchi colorati tra i capelli. Nonostante avesse cenato prima di andare alla stazione, ai suoi piedi c'era un portavivande a quattro piani preparato dalla madre, in caso di attacchi di fame durante la notte

[...]

A uno a uno i passeggeri si lavarono i denti nel lavandino in corridoio, si infilarono il pigiama, chiusero le tende attorno alle loro cuccette e si addormentarono.

[...]

Solo Ashoke continuò a leggere, ancora seduto, ancora vestito. Un'unica lampadina emanava una luce fioca. Di tanto in tanto fissava dal finestrino la notte bengalese color inchiostro, vaghe sagome di palme, casette primitive. Sfogliava con cura le pagine ingiallite e fragili del suo libro, qualcuna finemente bucherellata dai tarli. La locomotiva sbuffava potente, rassicurante. In fondo al petto sentiva l'impatto irregolare delle ruote. Scintille della ciminiera sfilavano davanti al finestrino. Un sottile strato appiccicoso di fuliggine gli copriva un lato del viso, una palpebra, un braccio, un lato del collo; la nonna l'avrebbe costretto a sfregarsi con il sapone Margo appena arrivato. Immerso nella disavventura sartoriale di Akakij Akàkievic, perso nei viali ventosi, ampi, innevati di San Pietroburgo, senza immaginare che un giorno sarebbe vissuto anche lui in un luogo innevato, alle due e mezza del mattino Ashoke stava ancora leggendo, uno dei pochi passeggeri rimasti svegli, quando la locomotiva e sette vagoni deragliarono. Il rumore fu quello di un'esplosione. I primi quattro vagoni si ribaltarono in un avvallamento lungo i binari. Il quinto e il sesto, la prima classe e le carrozze con l'aria condizionata, si incastrarono l'uno dentro l'altro, uccidendo i passeggeri nel sonno. Il settimo, dove viaggiava Ashoke, si ribaltò a sua volta, scagliato nei campi dalla forza dell'urto. L'incidente si era verificato al chilometro duecentonove da Calcutta, tra le stazioni di Ghatshila e Dhalbumgarh. Il telefono portatile del capotreno non funzionava; fu solo dopo una corsa di quasi cinque chilometri dal luogo dell'incidente, fino a Ghatshila, che il capotreno riuscì a trasmettere la prima richiesta d'aiuto. Passò più di un'ora prima che arrivassero i soccorritori, con pale, lanterne e asce per estrarre i corpi dalle carrozze.
Ashoke ricorda ancora come urlavano, chiedendo se ci fosse qualcuno vivo. Ricorda di aver provato a rispondere, inutilmente, dalla sua bocca non usciva altro che un rantolo sordo. Ricorda il rumore delle persone morenti attorno a lui, che gemevano e picchiavano contro le pareti del treno, implorando aiuto senza voce, con parole che solo coloro che erano a loro volta feriti e intrappolati potevano sentire. Il sangue gli inzuppava il petto e la manica destra della camicia. Il suo corpo sporgeva dal finestrino. Ricorda che non riusciva a vedere assolutamente niente; per diverse ore aveva pensato che probabilmente, come il nonno che stava andando a trovare, sarebbe diventato cieco. Ricorda l'odore pungente delle fiamme, il ronzio delle mosche, il pianto dei bambini, il sapore di sangue e polvere sulla lingua. Erano in mezzo al nulla, in un campo chissà dove. Attorno a loro si accalcavano contadini, poliziotti, qualche medico. Ricorda di aver creduto di morire, di essere già morto, forse. Non sentiva la metà inferiore del corpo, non poteva sapere di avere addosso, sulle gambe, le membra straziate di Ghosh. Infine scorse l'azzurro, freddo e ostile, del primo mattino, la luna e qualche stella sparuta che si attardava nel cielo. Le pagine del suo libro, saltato via dalle mani, sventolavano, divise in due, a pochi metri dal treno. Il chiarore di una lanterna le investì per qualche attimo, distraendo brevemente un soccorritore. "Qui non c'è niente" sentì dire a qualcuno. "Proseguiamo".
Ma la luce della lanterna indugiò, abbastanza a lungo perché Ashoke sollevasse una mano, certo di consumare in quel gesto il minuscolo frammento di vita rimasto in lui. Stringeva ancora una pagina del Cappotto, accartocciata in pugno, e quando alzò la mano gli scivolò dalle dita. "Aspetta!" sentì una voce gridare. "Il ragazzo accanto al libro. L'ho visto muoversi".
Lo tirarono fuori dai rottami, lo adagiarono su una barella, lo trasportarono con un altro treno fino all'ospedale di Tatanagar.

[...]

Durante il giorno era intorpidito dagli antidolorifici. Di notte sognava di essere ancora intrappolato nel treno o, peggio, che l'incidente non fosse mai accaduto, di passeggiare per le strade, fare il bagno, sedere a gambe incrociate per terra con un piatto di cibo in mano. Allora si svegliava, madido di sudore, con le lacrime che gli colavano lungo le guance, convinto di non poter più fare quella vita. Infine, per tener lontani gli incubi, cominciò a leggere, a notte fonda, quando il suo corpo immobile era più irrequieto, la mente agile e sgombra. Però si rifiutava di leggere i russi che il nonno gli aveva appoggiato accanto al letto, o qualsiasi romanzo, a dire il vero. Quei libri, ambientati in paesi che non aveva mai visto, non facevano che ricordargli la sua clausura. Leggeva invece testi di ingegneria, cercando di tenersi il più possibile in pari con gli studi, risolvendo equazioni al lume della torcia. In quelle ore silenziose, pensava spesso a Ghosh. "Molla tutto" lo sentiva dire. Gli tornò alla mente l'indirizzo che aveva scritto su una pagina dell'agenda, nei pressi del capolinea dei tram a Tollygunge. Adesso era la casa di una vedova, di un orfano. Ogni giorno, per rincuorarlo, la famiglia gli parlava del suo futuro, del momento in cui sarebbe riuscito a stare in piedi da solo, a camminare per la stanza. Era per questo, giorno dopo giorno, che suo padre e sua madre pregavano. Per questo sua madre aveva rinunciato alla carne il mercoledì. Ma con il passare dei mesi, Ashoke cominciò a figurarsi un futuro di un altro tipo. Immaginava non solo di andare, ma di andare via, più lontano che poteva dal luogo in cui era nato e in cui era quasi morto. L'anno dopo, reggendosi con il bastone, tornò al college, si diplomò e, senza dirlo ai genitori, fece domanda per proseguire gli studi all'estero.
Soltanto dopo essere stato ammesso, con tanto di borsa di studio, passaporto in mano, li informò dei suoi piani. "Ma se abbiamo già rischiato di perderti" aveva protestato il padre, costernato. I fratelli avevano pianto e implorato. La madre, ammutolita, aveva rifiutato il cibo per tre giorni. Nonostante tutto questo, era partito.


[...]

Di nuovo sente la polvere sulla lingua, vede le lamiere contorte, le gigantesche ruote metalliche capovolte. Niente di tutto ciò sarebbe dovuto succedere. Eppure, era sopravvissuto. Era nato due volte in India, poi una terza, in America. Tre vite, a trent'anni. Ne è grato ai suoi genitori, ai loro genitori, ai genitori dei loro genitori. Non ringrazia Dio; ammira apertamente Marx, e nel suo intimo rifiuta la religione. Ma c'è un'altra anima morta che deve ringraziare. Non ringrazia il libro; il libro è andato distrutto, come stava per accadere a lui, in pezzi, nelle prime ore di un giorno d'ottobre, in un campo, al chilometro duecentonove da Calcutta. Invece di ringraziare Dio ringrazia Gogol, lo scrittore russo che gli ha salvato la vita, quando Patty entra in sala d'attesa.
Indicazioni bibliografiche
Jhumpa Lahiri, L'omonimo, Marcos Y Marcos, 2003, pp. 25-36, trad. Claudia Tarolo
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