TESTO EDITO
AURA 
.Carlos Fuentes
Il mio nome è Ixca Cienfuegos. Sono nato e vivo in Messico, Distretto federale. Ma questo non è grave. In Messico non c'è tragedia: tutto si trasforma in oltraggio. Oltraggio questo sangue che mi trafigge come le foglie appuntite del maguey. Oltraggio la mia paralisi sfrenata che tinge di coaguli tutte le aurore. E il mio eterno salto mortale verso il domani. Gioco, azione, fede; giorno per giorno, non solo il giorno del premio o del castigo: vedo i miei pori oscuri e so che me lo hanno proibito giù in basso, in basso, in fondo al letto della valle. Spirito di Anáhuac che non calpesta uva ma cuori; che non beve liquori, balsami della terra, ma il proprio vino, gelatina di scheletri; che non insegue la pelle allegra ma dà la caccia a se stesso in un liquame nero di pietre tormentate e occhi di giada opaca. In ginocchio, coronato di fichi d'India, flagellato dalla sua (dalla nostra) mano. La sua danza (il nostro ballo) sospesa a una lancia ornata di piume, o al parafango di un camion; morto nella guerra sbocciata, nella rissa da taverna, all'ora della verità: l'unica ora che arriva sempre. Poeta senza commiserazione, artista del tormento, villano cortese, imbroglione ingenuo, la mia supplica disarticolata si perde, doppiosenso, strepito. Far del male a me stesso, a me sempre più che agli altri: oh mia sconfitta, sconfitta mia, che a nessuno saprei comunicare, che mi mette di fronte a quegli dèi che non mi hanno dispensato pietà, che mi hanno costretto a viverla sino alla fine per comprendere me e i miei simili! Oh volto della mia sconfitta, volto insopportabile di oro sanguinante e terra secca, volto di musica spezzata e colori torbidi! Guerriero nel vuoto, vesto la corazza dello sbruffone; ma le mie tempie singhiozzano e non rinunciano alla ricerca della gioia: la patria, il clitoride, lo zucchero degli scheletri, il cantico ritorto, mimesi della bestia chiusa in gabbia. Vita vissuta di spalle, per paura di voltarle; corpo fratturato, di parti centrifughe che gemono di alienazione, cieco alle invasioni. Vocazione di libertà che si rifugia in una rete di incroci senza vertebre. E nei loro resti intingiamo i pennelli, e ci sediamo al margine della strada per giocare con i colori... Al momento della nascita, morto, hai bruciato le tue navi affinché altri costruissero l'epopea con la tua carcassa; al momento della morte, vivo, hai esiliato una parola, quella che ci avrebbe legato le lingue nella somiglianza. Ti sei fermato nell'ultimo sole, poi la vittoria angosciosa ha inondato il tuo corpo vuoto, immobile, fatto di materia, titoli, decorazioni. Ascolto echi di tamburi sopra il rumore di motori e di jukebox, nel sedimento dei rettili ingioiellati. I serpenti, animali antichi, dormicchiano nelle tue urne. Nei tuoi occhi brilla il fulgore dei soli del tropico, scatenati come una muta di cani. Nel tuo corpo, un cerchio di aculei. Non spaventarti, amico! Tira fuori le tue fruste, affila i tuoi coltelli, négati, non parlare, non compatire, non guardare. Lascia che tutta la tua nostalgia se ne vada, ogni tua cosa in sospeso; comincia, tutti i giorni nel parto. E riaccendi la fiamma nel momento dell'arpeggio discreto, impercettibile, nel momento dell'organetto che suona per strada; quando sembra che i tuoi ricordi si facciano più chiari, sono già sfumati. Riaccendila da solo. I tuoi eroi non torneranno ad aiutarti. Sei venuto a incontrarmi senza saperlo, in questo altopiano di gioielli sepolcrali. Qui viviamo. Nelle strade si incrociano i nostri odori, di sudore e paciulì, di mattoni nuovi e gas sotterraneo, le nostre carni oziose e tese, mai i nostri sguardi. Mai ci siamo inginocchiati insieme, tu e io, per ricevere la stessa ostia; straziati insieme, creati insieme, moriamo soltanto per noi stessi, isolati. Qui siamo caduti. Non possiamo farci niente. Teniamo duro, amico. Forse un giorno le mie dita toccheranno le tue. Vieni, lasciati cadere con me nella cicatrice lunare della nostra città, città manciata di fogne, città cristallo di vapori e rugiada minerale, città presenza di tutte le nostre dimenticanze, città di precipizi carnivori, città dolore immobile, città dell'immensa brevità, città del sole prigioniero, città di lunghe calcinazioni, città a fuoco lento, città con l'acqua alla gola, città del letargo furbesco, città dei nervi neri, città dei tre ombelichi, città della risata gialla, città del fetore insinuante, città irrigidita tra l'aria e i vermi, città dei vecchi lumi, vecchia città nella sua culla di uccelli del malaugurio, città nuova accanto alla polvere scolpita, città sul bordo del cielo gigante, città di vernici scure e pietre preziose, città sotto il fango splendente, città di viscere e tendini, città della sconfitta violata (quella che non possiamo allattare alla luce del sole, la sconfitta segreta), città del mercato sottomesso, carne di terracotta, città riflesso della furia, città del fallimento agognato, città tempestata di cupole, città abbeveratoio per le fauci rigide del fratello inzuppato di sete e croste, città tessuta nell'amnesia, resurrezione d'infanzie, incarnazione di piuma, città cane, città famelica, sontuosa città, città lebbra e colera, città sprofondata. Fico d'India incandescente. Aquila senz'ali. Serpente di stelle. Non possiamo farci niente. Questo ci tocca. L'ombelico della luna.
Indicazioni bibliografiche
Carlos Fuentes, Aura, Net, 2003, pp. 7-19, Carmine Di Michele
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