TESTO EDITO
ELIZABETH COSTELLO 
.John M. Coetzee
È un pomeriggio afoso. La piazza è piena di gente. Pochi notano la donna con i capelli bianchi che scende dall'autobus trascinando una valigia. Indossa un vestito di cotone blu; il collo, scoperto, è bruciato dal sole e imperlato di sudore.
Oltrepassa i tavolini sul marciapiede, oltrepassa i giovani, con le ruote della valigia che corrono sonore sui ciottoli, e si avvia alla porta dove un uomo in divisa monta la guardia, semiaddormentato, appoggiato al suo fucile che tiene davanti a sé con il calcio verso il basso. - E questa la porta? - chiede la donna.
Sorto la visiera del berretto, l'uomo sbatte una volta le palpebre in segno di assenso.
- Posso passare?
Con un movimento degli occhi l'uomo accenna alla guardiola di lato.
Nella guardiola, un prefabbricato di legno, il caldo è soffocante. Dentro, dietro un tavolino pieghevole, siede un uomo in maniche di camicia, intento a scrivere. Un piccolo ventilatore elettrico gli soffia in faccia un po' d'aria.
- Mi scusi, - dice lei. Lui non le fa caso. - Mi scusi, c'è qualcuno che possa aprirmi la porta?
L'uomo sta riempiendo un modulo. Senza smettere di scrivere dice: - Prima deve fare una dichiarazione.
- Fare una dichiarazione? A chi? A lei?
Con la sinistra, l'uomo spinge un foglio di carta verso di lei. La donna appoggia a terra la valigia e prende il foglio. È bianco.
- Prima di passare devo fare una dichiarazione, - ripete. - Una dichiarazione di cosa?
- Di credo. Di quello in cui crede.
- Di quello in cui credo. Tutto qui? Non una dichiarazione di fede? E se non credo in niente? Se non sono credente?
L'uomo alza le spalle. Per la prima volta la guarda in viso. - Tutti crediamo. Non siamo bestie. Per ognuno di noi c'è qualcosa in cui credere. Lo scriva, quello in cui crede. Lo metta nella dichiarazione.
Ormai non ha più dubbi su dove si trova, su chi è. È una postulante davanti alla porta. Il viaggio che l'ha portata li - in quel paese, in quella città, il viaggio che sembrava concluso quando l'autobus si era fermato e le porte si erano aperte sulla piazza affollata - non era la fine di quella storia. Adesso comincia un'altra prova, di un altro tipo. Le si richiede un certo atto, un'affermazione prescritta e al tempo stesso indefinita, prima che possa essere accettata. e le sia concesso passare. Ma è proprio questo l'uomo che la giudicherà, quest'uomo grosso e rubicondo sulla cui indefinibile uniforme (militare? guardia civile?) non riesce a individuare alcun grado ma sul quale il ventilatore, che non ruota né a destra né a sinistra, riversa un aria fresca che lei vorrebbe per sé?
- Sono una scrittrice, - dice. - Forse non avete mai sentito parlare di me, qui, ma io scrivo, o comunque ho scritto, sotto il nome di Elizabeth Costello. La mia professione non è credere, ma solo scrivere. Non è il mio campo. Io faccio imitazioni, come avrebbe detto Aristotele.
Tace per un momento, poi formula la frase successiva, quella da cui saprà se costui è il suo giudice, la persona giusta per giudicarla, oppure se al contrario si tratta solo del primo di una lunga serie di funzionari che porterà a chissà quale altro funzionario senza volto, in chissà quale cancelleria, di chissà quale castello. - Posso fare un'imitazione di credo, se vuole. Sarà sufficiente per lei?
Ora c'è impazienza nella voce dell'uomo, come se si trattasse di un'offerta che si è già sentito fare molte volte. - Scriva la dichiarazione che le si richiede, - dice. - Riporti qui il foglio, quando ha finito.
- Va bene, ubbidirò. A che ora stacca?
- Sono sempre qui, - risponde lui. Dal che lei capisce che questa città dove si trova, dove il guardiano della porta non dorme mai e la gente nei caffè sembra non avere un posto dove andare, né altro compito che quello di riempire l'aria di chiacchiere, non è più reale di quanto lo sia lei: non di più, ma forse non di meno.
Seduta a uno dei tavolini sul marciapiede, compone di getto quella che sarà la sua dichiarazione. Sono una scrittrice, commercio in finzioni, dice. Credo in qualcosa solo momentaneamente: convinzioni fisse mi ostacolerebbero. Cambio il mio credo, come cambio casa o abiti, secondo le mie esigenze. In base a queste motivazioni - di professione, di vocazione - chiedo di essere esentata da una regola di cui sento parlare ora per la prima volta, ovvero che ogni postulante alla porta dovrebbe nutrire una o più convinzioni.
Riporta la dichiarazione alla guardiola. Come più o meno si aspettava, viene rifiutata. L'uomo al tavolino non la rimanda a un'autorità superiore, apparentemente non se lo merita, si limita a scuotere la testa e lascia cadere a terra il foglio mentre ne spinge uno nuovo verso di lei. - Quello in cui crede, - dice.
La donna torna alla sua sedia sul marciapiede. Diventerò un'istituzione, si chiede: la vecchia che sostiene di essere una scrittrice e dunque esente dalla legge? La donna che, con la valigia nera sempre accanto (chissà cosa c'è dentro - non se lo ricorda più), scrive petizioni, una dopo l'altra, petizioni che sottopone all'uomo della guardiola e che l'uomo della guardiola rigetta ritenendole inadeguate, diverse da quella che si richiede per passare?
- Posso almeno dare un'occhiata? - chiede al secondo tentativo. - Dare un'occhiata a quello che c'è dall'altra parte? Solo per vedere se vale la pena di affannarsi tanto.
Pesantemente, l'uomo si alza dal tavolo. Non è vecchio come lei, ma non è nemmeno giovane. Porta stivali da cavallo; i calzoni di pesante lana blu hanno strisce rosse sui lati. Deve morire di caldo! pensa lei. E in inverno di freddo! Non è un lavoro comodo, fare il guardiano della porta.
Lui la accompagna oltre il soldato appoggiato al fucile, fin proprio davanti alla porta, così massiccia da resistere all'assalto di un esercito. Da un sacchetto appeso alla cintura, estrae una chiave lunga quasi come il suo avambraccio. Sarà questo il punto in cui le dice che la porta è fatta per lei e per lei sola, e che comunque è destinata a non varcarla mai? Deve forse ricordarglielo, fargli sapere che conosce il copione?
La chiave gira due volte nella serratura. - Ecco, faccia pure, - dice l'uomo.
Lei accosta l'occhio alla fessura. L'uomo apre la porta di un millimetro, due millimetri, poi la richiude.
- Lei ha visto, - dice. - La cosa sarà messa agli atti.
Che cos'ha visto? Malgrado il suo scetticismo, si aspettava che quello che c'era dietro la porta, fatta di tek e di ottone, ma anche senza dubbio della stoffa dell'allegoria, fosse inimmaginabile: una luce cosi accecante che i sensi umani ne sarebbero rimasti storditi. Ma la luce non è affatto inimmaginabile. E solo brillante, forse più brillante delle diverse luci che ha visto fino a quel momento, ma non di un altro ordine, non più brillante, diciamo, del flash continuo di una lampada al magnesio.
L'uomo le dà un colpetto sul braccio. Un gesto sorprendente da parte sua, sorprendentemente intimo. Come uno di quei torturatori che - riflette lei - sostengono di non avercela con te, di fare solo il loro triste mestiere.
- Ora ha visto, - dice. - Ora ce la metterà tutta.

[...]

Il tempo passa, perfino in questa città. Arriva il giorno, il suo giorno. Si ritrova davanti a un alto banco, in una sala vuota. Sul banco ci sono nove microfoni in fila. Dietro, sul muro, c'è un emblema di stucco, in rilievo: due scudi, due lance incrociate, e quello che si direbbe un emù ma molto probabilmente è un uccello più nobile, con una corona di alloro nel becco. Un uomo che sembra un usciere le porta una sedia e le fa segno di sedere. Si siede e aspetta. Le finestre sono tutte chiuse e nella stanza si soffoca. Fa segno all'usciere, il segno di bere. Lui finge di non accorgersene.
Si apre una porta, e uno dopo l'altro sfilano i giudici, i suoi giudici, quelli che la devono giudicare. Sotto le toghe nere si aspetta in qualche modo di vedere figure di Grandville: coccodrillo, asino, corvo, scarafaggio. Invece no, sono del suo stesso genere, dello stesso tipo filogenetico. Perfino le loro facce sono umane. Maschi, tutti maschi; maschi e vecchi. Non ha bisogno dell'esortazione dell'usciere (che adesso si è spostato dietro di lei) per alzarsi. Le si chiederà una performance; spera di riuscire a rispondere a modo.
Il giudice seduto al centro le fa un leggero cenno con il capo; lei risponde con lo stesso cenno.
- Lei è...? - dice.
- Elizabeth Costello.
- Sì. La postulante.
- O la supplice, se questo mi dà qualche speranza in più.
- È questa è la sua prima udienza?
- Sì.
- E vuole...
- Voglio varcare la porta. Attraversarla. Arrivare a quello che c'è dopo.
- Si. Come ormai avrà capito, c'è una questione di credo. Lei ha una dichiarazione per noi?
- Ho una dichiarazione, rivista, pesantemente rivista, più volte rivista. Rivista ai limiti delle mie forze, oserei dire. Non credo di avere la possibilità di rivederla oltre. Ne avete una copia, mi pare.
- Sì. Rivista al limite del possibile, mi dice. Alcuni di noi direbbero che c'è sempre una possibile, ulteriore, revisione. Vediamo. Le dispiace leggere la sua dichiarazione, per favore?
Lei legge.
- Sono una scrittrice. Forse penserà che dovrei dire invece, ero una scrittrice. Ma sono o ero una scrittrice per via di ciò che sono o ero. Non ho smesso di essere ciò che sono. Non ancora. O almeno cosi mi pare.
Sono una scrittrice e scrivo quello che ascolto. Sono una segretaria dell'invisibile, una delle tante segretarie nel corso del tempo. E questa la mia vocazione: segretaria, dattilografa. Non sta a me chiedere, giudicare quello che mi viene dato. Mi limito a scrivere le parole e poi a verificarle, ne verifico la solidità, per essere certa di aver sentito bene.
Segretaria dell'invisibile: non è una definizione mia, mi affretto a dire. L'ho presa in prestito da un segretario di ordine superiore, Czeslaw Milosz, un poeta, forse lo conoscete, a cui era stata dettata anni fa.
Tace per un attimo. Si aspetta di essere interrotta. Dettata da chi? immagina che le chiederanno. E ha la risposta pronta: Da forze più grandi di noi. Ma non c'è interruzione, né domanda. Invece il presidente agita la matita nella sua direzione. - Vada avanti.
Prima di poter passare, mi si richiede di dichiarare le mie convinzioni, - legge. - Io rispondo: una brava segretaria non dovrebbe avere convinzioni sue. Non si addice alla sua funzione. Una segretaria dovrebbe solo stare li pronta, aspettare di essere chiamata.
Di nuovo immagina che verrà interrotta: Chiamata da chi? Ma sembra che non ci siano domande.
- Nel mio lavoro un credo è una resistenza, un ostacolo. Io cerco di svuotarmi di ogni resistenza.

[...]

E che effetto crede che abbia, questa mancanza di convinzioni, sulla sua umanità? - chiede il piccolo uomo.
- Sulla mia umanità? Ha qualche importanza? Quello che offro a coloro che mi leggono, quello che offro alla loro umanità, ha un peso superiore, vorrei sperare, del mio vuoto al riguardo.
- Voleva dire del suo cinismo.
Cinismo. Non è una parola che le piace, ma in questa occasione è disposta a prenderla in considerazione. Con un po' di fortuna sarà l'ultima occasione. Con un po' di fortuna non dovrà essere di nuovo costretta all'autodifesa e alle pomposità che la accompagnano.
- Quanto a me, sì, potrei anche essere cinica, in senso tecnico. Non posso permettermi di prendere me stessa o le mie ragioni troppo sul serio. Ma per quello che riguarda gli altri, per quello che riguarda il genere umano o l'umanità, no, non credo affatto di essere cinica.
- Allora non è una non-credente, - dice l'uomo seduto al centro.
- No. Essere non-credenti è di per sé un credo. Una miscredente, se mi concede la distinzione, anche se a volte la miscredenza sembra diventare a sua volta un credo.
C'è un silenzio. - Continui, - dice l'uomo. - Proceda con la sua dichiarazione.
- Finisce qui. Non c'è niente che no sia stato affrontato. Ho terminato la mia deposizione.

[...]

È mattina. È seduta al suo tavolino sul marciapiede, e lavora alla sua dichiarazione, tenta un nuovo approccio. Poiché si vanta di essere la segretaria dell'invisibile, dovrebbe concentrarsi, volgere la sua attenzione dentro di sé. Che voce le arriva dall'invisibile, oggi?
Per il momento l'unica cosa che le giunge all'orecchio, è il lento pulsare del sangue nelle vene, proprio come tutto quello che sente è il morbido tocco del sole sulla pelle. Questo almeno non lo deve inventare: questo corpo fedele e goffo, che l'ha accompagnata a ogni passo della strada, questo gentile mostro ingombrante che le è stato dato da sorvegliare, ombra trasformata in carne che si regge su due piedi come un orso e che si lava continuamente dall'interno con il sangue. Non solo lei è dentro quel corpo, una cosa che non sarebbe stata capace di inventare nemmeno in mille anni, tanto è al di là delle sue possibilità, lei è in qualche modo quel corpo; e intorno a lei, in questa mattina fantastica, nella piazza, anche le altre persone sono in qualche modo il loro corpo.
In qualche modo; ma quale? Com'è possibile che i corpi non solo riescano a tenersi puliti usando il sangue (il sangue!) ma a riflettere sul mistero della loro stessa esistenza e a fare affermazioni in merito e di tanto in tanto ad avere perfino qualche piccola estasi? Può contare come credo, qualunque sia la proprietà che le permette di continuare a essere quel corpo senza avere la minima idea di come questo avvenga? E loro, i giudici, il comitato degli esaminatori, il tribunale che le chiede di rivelare il suo credo - sarebbero soddisfatti di questo: Credo di essere? Credo di essere quello che è qui di fronte a voi oggi? Oppure somiglierebbe troppo alla filosofia, troppo a un seminario?

[...]

Stessa aula di tribunale, stesso usciere, ma i giudici (il comitato, come ormai deve imparare a chiamarlo) sono nuovi. Ce ne sono sette, non nove, e uno di loro è donna; non riconosce nessuna delle facce. E la zona riservata al pubblico non è più vuota. C'è una spettatrice, una sostenitrice: la donna delle pulizie, seduta tutta sola con una borsa a rete in grembo.
- Elizabeth Costello, postulante, udienza numero due, intona il presidente del comitato odierno (il giudice capo? il giudice in capo?) - Ci sembra di capire che lei debba presentare una dichiarazione rivista. Ebbene, proceda pure.
Fa un passo avanti. - Quello in cui credo, - legge con voce ferma, come una bambina impegnata in una recita:
- Sono nata nella città di Melbourne, ma ho trascorso parte dell'infanzia nella zona rurale di Victoria, regione di estremi climatici: di siccità ardenti seguite da piogge torrenziali che gonfiavano i fiumi con le carcasse degli animali annegati. Questo, almeno, è quello che ricordo. Quando si ritiravano, le acque - adesso parlo delle acque di un fiume in particolare, il Dulgannon - lasciavano dietro di sé acri e acri di fango. Di notte si sentiva il gracidio di decine di migliaia di piccole rane, grate della generosità dei cieli. L'aria risuonava carica dei loro richiami come a mezzogiorno del canto delle cicale.
Da dove arrivano improvvisamente, quelle migliaia di rane? La risposta è: sono sempre state lì. Nella stagione secca stanno sottoterra, si rintanano sempre più in profondità per sfuggire al calore del sole, fino a quando ciascuna non si è creata una piccola tomba personale. E in quelle tombe, per così dire, muoiono. Il battito cardiaco si fa sempre più lento, il respiro si ferma, diventano color del fango. Le notti ritornano silenziose.
E il silenzio rimane fino alle piogge successive, che cominciano a picchiare, per cosi dire, sulle migliaia di coperchi di quelle minuscole tombe, e in quelle tombe i cuori riprendono a battere, le membra prive di vita da mesi cominciano a contrarsi. I morti si risvegliano. E mentre il fango secco si ammorbidisce, le rane cominciano a scavare un sentiero verso la superficie, e presto le loro voci ricominciano a levarsi esultanti sotto la volta del cielo.
Scusate il mio linguaggio. Sono, o sono stata, scrittrice di professione. In genere cerco di nascondere le stravaganze dell'immaginazione. Ma oggi, per questa occasione, ho pensato di non nascondere nulla, di rivelare tutto. L'inondazione vivificante, il gioioso coro gracidante, seguito dal ritrarsi delle acque e dalla fuga nella tomba, poi la siccità apparentemente senza fine, e poi le fresche piogge e la resurrezione dei morti - è una storia che presento nel modo più trasparente, senza artifici.
Perché? Perché oggi sono qui di fronte a voi non come una scrittrice ma come un'anziana donna che un tempo e stata bambina, e vi racconto quello che ricordo delle distese di fango del Dulgannon della mia infanzia e delle piccole rane che ci vivevano, alcune piccole come la punta del mio dito mignolo, creature cosi insignificanti e cosi lontane dalle vostre nobili preoccupazioni che non verreste mai a saperne nulla altrimenti. Nel mio racconto, per le cui tante pecche vi chiedo scusa, il ciclo biologico della rana potrà sembrare allegorico, ma per le rane stesse non è allegoria, è la cosa che conta, l'unica cosa che conta.
In che cosa credo? Credo in quelle piccole rane. Non so con certezza dove mi trovi oggi, nella mia vecchiaia e forse nella mia vecchiaia avanzata. Ci sono momenti in cui mi sembra di essere in Italia, ma potrei facilmente sbagliare, potrebbe trattarsi di tutt'altro posto. Le città, in Italia, non hanno, per quanto ne so, portali (non userò il termine più umile, porte, in vostra presenza) attraverso i quali sia proibito passare. Ma il continente australiano, dove sono venuta al mondo, scalciando e strillando, è reale (anche se lontano), il Dulgannon e le sue distese di fango secco sono reali, le rane sono reali. Esistono, che io ve lo racconti o meno, che io ci creda o meno.
E per via dell'indifferenza di quelle piccole rane al fatto che io creda (tutto quello che vogliono dalla vita è ingozzarsi di zanzare e cantare; e i maschi tra loro, quelli che cantano di più, non cantano per saturare con la loro melodia l'aria notturna ma come forma di corteggiamento, per cui sperano di essere premiati con l'orgasmo, la varietà di orgasmo delle rane, e cosi via all'infinito), è a causa della loro indifferenza nei miei confronti che credo in loro. Ed è per questo motivo che oggi pomeriggio, nel corso di questa presentazione deplorevolmente precipitosa e deplorevolmente letteraria, per la quale vi chiedo nuovamente scusa, ma ho pensato di presentarmi a voi impreparata, toute nue, per cosi dire, e quasi senza appunti, come potete vedere voi stessi - è per questo motivo che vi parlo delle rane. Delle rane e delle cose in cui credo e della relazione tra le prime e le seconde. Perché esistono.
Indicazioni bibliografiche
J.M. Coetzee, Elizabeth Costello, Einaudi, 2004, pp. 150-154, pp. 156-158, pp. 159-160, pp. 169-170 e pp. 174-177, trad. Maria Baiocchi
© 2003 J. M. Coetzee
© 2004 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino
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