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La Neve dell'Ammiraglio  Testo in lingua originale 
.Álvaro Mutis
25 maggio

Quando siamo scesi al posto di rifornimento ero molto lontano dal sospettare che sarei rimasto lì per diverse settimane tra la vita e la morte. Che tutto il viaggio avrebbe cambiato interamente aspetto, sino a trasformarsi in una soffocante lotta contro lo scoraggiamento totale e contro gli attacchi di qualcosa di molto simile alla demenza. Il posto di rifornimento è formato da sei case intorno ad un pascolo che vuole essere una piazza. Due giganteschi alberi, di una frondosità smisurata, danno ombra agli squallidi abitanti che li si riuniscono la sera, per sedersi su primitive panche fatte con tronchi appena sgrossati, a fumare il loro tabacco e a commentare i vaghi e sempre inquietanti rumori che giungono dalla capitale. L'unico edificio con un tetto di zinco e pareti di mattoni è una scuola che funge anche da chiesa quando arrivano le missioni.
Consiste in una sala per le lezioni, una piccola stanza per la maestra, e i servizi sanitari che da molto tempo hanno smesso di essere usati e sono pieni di muffa e di residui indeterminati. La maestra è stata rapita dagli indios già da più di un anno e non si è saputo più niente di lei sino a quando qualcuno è giunto con la notizia che viveva con un capo tribù e aveva manifestato il suo proposito di non tornare. La base militare mantiene qui una dotazione esigua di soldati che dormono su amache sospese in quella che una volta era la sala delle lezioni. Passano tutto il tempo a pulire le loro armi e a ripetere, in monotona litania, le piccole miserie di cui si nutre la vita di caserma.
Il Capitano ha fatto provviste per la sua borraccia e abbiamo cominciato a trasportare i bidoni di diesel per riempire il serbatoio della barca. Il lavoro risultava faticoso per il clima umido, la temperatura insopportabile e per la mancanza di braccia. Nessuno ha voluto aiutarci. Il Capitano si trovava in uno dei suoi peggiori momenti, l'anziano pilota può appena muoversi, e abbiamo dovuto lavorare il meccanico ed io, davanti allo sguardo indifferente degli abitanti minati dalla malaria e con gli occhi vitrei e assenti di chi ormai da molto tempo ha perso la più tenue speranza di fuggire da li. La sera del primo giorno ho provato nausea e un intenso mal di testa che ho attribuito al fatto di aver respirato per tanto tempo i vapori del combustibile che dovevamo travasare con esasperante lentezza. Il giorno seguente abbiamo continuato il lavoro. Il sonno e il riposo, all'apparenza, avevano alleviato un po' i miei disturbi. A mezzogiorno ho cominciato a provare un dolore insopportabile a tutte le articolazioni e alcune fitte alla base del cranio che mi lasciavano paralizzato per alcuni istanti. Sono andato dal Capitano per chiedergli di che cosa potesse trattarsi, è rimasto a guardarmi, e dall'espressione del suo volto ho capito che si trattava di qualcosa di serio. Mi ha preso per il braccio e mi ha portato ad una delle amache della scuola. Lì mi ha disteso e mi ha obbligato a bere un grande bicchiere d'acqua con alcune gocce di un liquido amaro di consistenza vischiosa e di colore ambrato. Ha spiegato ai soldati qualcosa a bassa voce. Evidentemente aveva a che vedere con il mio stato. Mi guardavano come uno che sta per affrontare una prova terrificante con la quale avevano familiarità. Poco dopo è tornato il Capitano con la mia amaca della barca. L'ha collocata all'estremità opposta di dove si trovavano quelle dei soldati e mi ha portato li, quasi di peso, sostenendomi sotto le ascelle. Mi sono reso conto che avevo perso la sensibilità ai piedi e non sapevo se li trascinavo o se cercavo di camminare. E cominciata a scendere la notte. Con la leggera diminuzione del calore e il sopraggiungere della brezza quasi impercettibile che veniva dal fiume, ho cominciato a tremare violentemente in un brivido senza fine. Un soldato mi ha fatto bere qualcosa di caldo il cui sapore non sono riuscito a distinguere e sono caduto subito in un sopore profondo molto vicino all'incoscienza.
Ho perso completamente il senso del trascorrere del tempo. Il giorno e la notte si mischiavano a volte vertiginosamente. A momenti, l'uno o l'altra rimanevano fissi in un'eternità che non riuscivo a capire. I volti che si avvicinavano a guardarmi mi risultavano del tutto estranei, immersi in una luce iridescente che dava loro l'aspetto di creature di un mondo ignoto. Ho avuto incubi atroci, sempre in relazione con gli angoli del tetto e con l'incastro delle lamine di zinco. Cercavo di far combaciare un angolo con l'altro, modificando la struttura dei supporti o di pareggiare i bulloni che univano le lamine in modo che non avessero la minima variazione o irregolarità. In questi compiti mettevo tutta la forza di una volontà fatta di febbre e di maniacale ossessione, ripetute in serie interminabile. Era come se la mente si fosse bloccata all'improvviso su un processo elementare di familiarizzazione con lo spazio circostante. Processo che, nella vita quotidiana, la coscienza non registra neppure, ma che ora si trasformava nell'unico fine, nella ragione ultima, necessaria, inappellabile, della mia esistenza. E cioè, che io non ero altro se non questo e solo per questo continuavo ad essere vivo. A misura che queste ossessioni si prolungavano e divenivano più regolari e, nello stesso tempo, più elementari, andavo cadendo in un irreversibile stato di pazzia, in un'inerte demenza minerale dove l'essere o, piuttosto, ciò che era stato, si dissolveva con una rapidità incontrollabile. Quando ora cerco di raccontare ciò che allora soffrivo, mi rendo conto che le parole non riescono a raggiungere il senso che voglio dar loro. Come spiegare, ad esempio, il gelido panico con il quale osservavo questa mostruosa semplificazione delle mie facoltà e l'incommensurabile estensione del tempo vissuto in un simile supplizio? È impossibile descriverlo. Semplicemente perché, in un certo modo, è strano e del tutto opposto a ciò che siamo soliti credere sia la nostra coscienza o quella dei nostri simili. Ci trasformiamo, non in un altro essere, ma in un'altra cosa, in un compatto minerale fatto di pietre interiori che si moltiplicano in forma infinita e il cui registro e inventano costituiscono la ragione stessa del nostro durare nel tempo.
Le prime parole comprensibili che ho sentito sono state: - Ormai il peggio è passato. Si è salvato per miracolo -. Qualcuno, con una camicia cachi senza nessuna mostrina, viso regolare e bruno con baffi scuri e dritti, le ha pronunciate da una lontananza inesplicabile, dato che stava a pochi centimetri dal mio volto osservandomi fissamente. Ho saputo dopo che il Maggiore era venuto con lo Junker. Dalla cassetta del pronto soccorso, che portava sempre con sé, ha tirato fuori una medicina che mi hanno iniettato ogni dodici ore e, sembra, sia stata quella a salvarmi la vita. Mi hanno anche raccontato che nei miei deliri ho nominato diverse volte il nome di Flor Estévez e che altre volte insistevo sulla necessità di risalire un fiume per prendere il forte di San Juan, che Orazio Nelson aveva assediato, a pochi chilometri dal lago di Nicaragua. Sembra anche che io abbia parlato in altre lingue che nessuno ha potuto identificare, per quanto il Capitano mi abbia detto dopo che quando mi aveva sentito gridare: - Godverdomme! - si era convinto che io fossi slavo.
Sono ancora debole, e le membra mi rispondono con una lentezza irritante. Mangio senza appetito, e niente riesce a placarmi la sete. Non è una sete d'acqua, ma di una qualche bibita che avesse un intenso amaro gusto vegetale e un'aura bianca come quella della menta. Non esiste, lo so, ma esiste questo desiderio specifico e chiaramente identificabile e mi propongo un giorno o l'altro di trovare questo infuso che sogno giorno e notte. Scrivo con enorme difficoltà, ma, nello stesso tempo, nel registrare i ricordi del mio male, mi sto liberando di questa visitazione della demenza che ha portato con sé e che è stata ciò che maggior danno mi ha arrecato. Il miglioramento è progressivo e rapido e arrivo a pensare a tratti che tutto questo sia successo a qualcuno che non sono io, qualcuno che non è stato se non questo e con questo è scomparso. No, non è facile spiegarlo, lo so, e temo che a provarci con esagerata ostinazione corro il rischio di cadere in uno di quegli esercizi ossessivi per i quali provo ora un terrore senza limiti.
Questa sera mi si è avvicinato il macchinista e ha cominciato a parlarmi in un precipitoso insieme di portoghese, spagnolo e di qualche dialetto della selva che non sono riuscito a identificare. Per la prima volta, e di sua stessa iniziativa, intavolava un dialogo con qualcuno della barca che non fosse il Capitano, con il quale si intende a secchi monosillabi. Il suo volto, dai tratti cosi indi che obbligano a sottoporre ogni gesto ad un esame attento per non commettere un qualche grave errore, mostrava un'inquietudine che andava al di là della mera curiosità. Ha cominciato a chiedermi se sapevo qual era la malattia di cui avevo sofferto. Gli ho risposto che lo ignoravo. Allora mi ha spiegato, con stupore per questa ignoranza che considerava imperdonabile e estremamente pericolosa: - Lei ha avuto la febbre del pozzo. Colpisce i bianchi che vanno a letto con le nostre donne. E mortale -. Gli ho risposto che avevo l'impressione di essermi salvato, e lui, con scetticismo un po' criptico, mi ha risposto: - Non ne sia tanto sicuro. A volte ritorna -. C'era qualcosa nelle sue parole che mi ha fatto pensare che le gelosie tribali, l'oscura battaglia contro lo straniero, lo spingevano a lasciarmi in un penoso dubbio a misura della mia trasgressione alle leggi non scritte della selva. Un po' per provocare la sua malizia, gli ho chiesto come facevano i bianchi che mantenevano relazioni abituali con le indie a non contrarre la terribile febbre.
- Vengono sempre fuori, signore. Non c'è nessun segreto, - mi ha rinfacciato, arrogante, come se parlasse a qualcuno con cui non valeva la pena di entrare in tanti dettagli. - Dopo bisogna lavarsi con acqua e miele e mettersi una foglia di datura tra le gambe, per quanto bruci molto e lasci bolle, - ha finito di spiegarmi mentre mi girava le spalle e tornava al suo motore con l'aria di chi si è distratto da un lavoro molto importante per qualcosa che ha finito col dimostrarsi una sciocchezza senza interesse. A mezzanotte stavo leggendo quando il Capitano è venuto a chiedermi come andava. Gli ho raccontato quanto mi aveva detto il macchinista e lui, sorridendo, mi ha tranquillizzato: - Se dà retta a tutto quanto dicono, finirà col diventare matto, amico mio. E meglio dimenticare. Ormai si è salvato. Che cosa vuole di più -. Una zaffata di acquavite a poco prezzo è rimasta ad aleggiare ai piedi dell'amaca, mentre lui si dirigeva a prua dando i suoi soliti ordini deliranti: - Avanti piano e sveglia! Non bruciatemi il motore con il vostro maledetto grasso di tapiro, bastardi! -. La sua voce si perdeva nella notte senza limiti sino a raggiungere le stelle la cui vicinanza risultava di un delizioso potere lenitivo.


La Neve dell'Ammiraglio

Nell'arrivare alla parte più alta della Cordigliera, gli autocarri si fermavano a un grosso casone sconquassato che era servito da ufficio agli ingegneri quando era stata costruita la strada. I guidatori dei grandi autocarri si fermavano lì a bere una tazza di caffè o un sorso di acquavite per resistere al freddo dell'altopiano. Spesso il gelo gli impietriva le mani sul volante e precipitavano negli abissi al cui fondo un fiume dalle acque impetuose ingoiava, in un istante, i rottami del veicolo e i cadaveri dei suoi occupanti. A valle, già nelle terre calde, ricomparivano le contorte tracce dell'incidente. Le pareti del rifugio erano di legno e, all'interno, erano annerite dal fumo del focolare, su cui giorno e notte veniva scaldato il caffè o qualche precario cibo per coloro che arrivavano avendo fame, che non erano frequenti, poiché l'altezza del luogo era solita procurare una nausea che allontanava l'idea stessa di poter inghiottire qualcosa. Sui muri erano state inchiodate vistose insegne di metallo che pubblicizzavano birre e analgesici, con provocanti donne in costume da bagno che offrivano la freschezza del loro corpo in mezzo ad un paesaggio di spiagge azzurre e di palmizi, del tutto estraneo a quello dell'altopiano gelido e scabro.
La nebbia attraversava la strada, inumidiva l'asfalto che brillava come un metallo imprevisto, e andava a perdersi tra i grandi alberi dal tronco liscio e grigio, dai rami vigorosi e dallo scarso fogliame, invaso da un muschio, anch'esso grigio, da cui spuntavano fiori di colore intenso e dai cui spessi petali emanava un miele molle e trasparente.
Una tavola di legno, sopra l'entrata, portava il nome del posto in lettere rosse ormai scolorite: "La Neve dell'Ammiraglio". Il gestore lo si conosceva come il Gabbiere e si ignoravano del tutto la sua origine e il suo passato. La barba irsuta e brizzolata gli copriva buona parte del volto. Camminava appoggiato a una gruccia improvvisata con il tronco di un grosso bambù. Sulla gamba destra gli suppurava continuamente una piaga fetida e iridescente, alla quale non faceva mai caso. Andava e veniva occupandosi dei clienti, al ritmo regolare e pesante della stampella che colpiva sui tavolacci del pavimento con un sordo rimbombare che si perdeva nella desolazione dell'altopiano. Era di poche parole, l'uomo. Sorrideva spesso, ma non a causa di quello che ascoltava attorno a lui, piuttosto fra sé e soprattutto fuori tempo rispetto alle battute dei viaggiatori. Una donna lo aiutava nei suoi lavori. Aveva un'aria selvaggia, concentrata e assente. In mezzo alle coperte e ai ponchos che la proteggevano dal freddo, si indovinava un corpo ancora forte e per nulla estraneo all'esercizio del piacere. Un piacere saturo di essenze, aromi e rimembranze delle terre dove i grandi fiumi scendono verso il mare sotto una cupola vegetale, immobile nel caldo nelle terre basse. Cantava, a volte, la femmina; cantava con una voce sottile come il pigro richiamo degli uccelli nelle ardenti estensioni della pianura. Il Gabbiere si fermava a guardarla fintantoché durava il sussurro acuto, sinuoso e animale. Quando i conducenti tornavano al loro autocarro e iniziavano la discesa della Cordigliera, li accompagnava quel canto nutrito di vuota distanza, di fatale abbandono, che li lasciava sull'orlo di una nostalgia senza appello.
Ma c'era un'altra cosa nel baraccone del Gabbiere che lo rendeva memorabile per coloro che erano soliti fermarsi lassù ed avevano dimestichezza col luogo: uno stretto passaggio portava al portico posteriore della casa, che era sostenuto da alcune travi di legno su un precipizio semicoperto dalle foglie delle felci. Lì andavano a orinare i viaggiatori, con minuziosa pazienza, senza riuscire a sentire mai la caduta del liquido, che si perdeva nella vertigine nebbiosa e vegetale del burrone. Sui muri rocciosi del passaggio si trovavano scritte frasi, osservazioni e sentenze. Molte di esse venivano ricordate e citate in tutta la regione, senza che nessuno riuscisse a decifrare, con certezza, il loro scopo e il loro significato. Le aveva scritte il Gabbiere, e molte erano state cancellate dal passaggio dei clienti verso l'insolito vespasiano. Alcune di quelle che restarono con maggior ostinazione nella memoria della gente vengono qui trascritte:

Sono il disordinato frequentatore delle più nascoste rotte, dei più segreti approdi. Della loro inutilità e della loro ignota ubicazione si nutrono i miei giorni.
Conserva questo ciottolo levigato. Nell'ora della tua morte potrai accarezzarlo nel palmo della mano e scacciare così la presenza dei tuoi deplorevoli errori, la cui somma svuota di ogni possibile senso la tua vana esistenza.
Ogni frutto è un occhio cieco estraneo alle sue più soavi sostanze. Ci sono regioni dove l'uomo scava nella sua felicità le brevi volte di uno scontento senza ragione e senza rimedio. Segui le navi. Segui le rotte che solcano le logore e tristi imbarcazioni. Non ti fermare. Evita persino il più umile ancoraggio. Risali i fiumi. Discendi i fiumi. Confonditi nelle piogge che inondano le pianure. Rifiuta ogni sponda.
Nota quanto abbandono regna in questi luoghi. Così i giorni della mia vita. Non fu altro. Ormai non potrà esserlo.
Le donne non mentono mai. Dalle più segrete intimità del loro corpo scaturisce sempre la verità. Accade che ci sia stato dato di decifrarla con una parsimonia implacabile. Ci sono molti che mai lo ottengono e muoiono nella cecità senza scampo dei loro sensi.
Esistono due metalli che allungano la vita e concedono, a volte la felicità. Non sono l'oro, né l'argento, né cosa che gli somigli. So solo che esistono.
Io avrei seguito le carovane. Sarei morto sotterrato dai cammellieri, coperto dallo sterco delle loro greggi, sotto l'alto cielo degli altipiani. Meglio, sarebbe stato molto meglio. Il resto, in verità, non è stato interessante.

Molte altre sentenze, come abbiamo detto, erano scomparse per lo sfregamento di corpi e di mani che attraversavano la penombra del passaggio. Queste che si citano sembrano essere quelle che meritarono maggior favore tra la gente dell'altopiano. Di certo alludono a tempi precedenti della vita del Gabbiere e sono venute a fermarsi in questi luoghi ad opera dei caso di una memoria che vacilla prima di spegnersi per sempre.
Partecipa alla serata del
.21 maggio






Musica di
.Ennio Morricone


Indicazioni bibliografiche
Da La Neve dell’Ammiraglio, Einaudi, 1996, pp. 55-61 e pp. 123-127
 
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