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Nascere in una guerra  Testo in lingua originale 
.Jean-Marie G. Le Clézio
Sono nato sorridente. Me l'hanno rimproverato spesso, come se io c'entrassi qualcosa. Chi è nato in un'isola ha spesso quel sorriso fisso che irrita gli abitanti delle città. Loro vi leggono chissà quale segreto, un'ipocrisia, o il segno di un animo debole, se non proprio di sempliciotto. Quando si nasce da una madre che proviene da un'isola, si sa d'istinto che un giorno bisognerà tirarsene fuori, affrontare gli altri. Si sa anche, giacché tutti si adoprano per farvelo sapere, che l'universo non si riduce a quel perimetro, che non è piccolo, non è buono, e che, attorno a voi, la gente non ha bisogno di voi. Ecco perché le persone che sono cresciute in quella cerchia ristretta, legate a un'isola natale, si costruiscono quanto prima quel falso sorriso che serve loro da corazza. Quando sono uscito dal mio isolamento, dopo quell'orrenda guerra, avevo quel sorriso fisso. I compagni di scuola m'interpellavano: «Perché sorridi sempre?» Altri aggiungevano, come se fosse una spiegazione: «Non sarai un po' negro, te?» Io non sapevo cosa rispondere. Non sapevo com'ero. Non conoscevo mio padre. Immaginavo che dovesse essere come me, la pelle scura, le labbra carnose, e quel sorriso immobile che non significava niente. In seguito, ho imparato a difendermi. Dicevo: «Non è un sorriso, è un ghigno». Il solo momento in cui il mio sorriso si cancellava era quando un aereo passava bassissimo nel cielo, e il rombo del suo motore mi straziava le orecchie.

C'era la guerra. Non c'erano uomini in casa, salvo mio prozio Monsieur Lucien, ma non ero sicuro che fosse davvero un uomo. Era altissimo e magro, con una voce sottile. Gli volevo molto bene. Mia nonna era bassa e robusta, con una crocchia di capelli neri e occhi grigi grigi. Era lei che decideva tutto, che comandava in tutto e per tutto.
Mia madre era bellissima. Mi ricordo di lei a quel tempo, era alta, magra, con capelli nerissimi, una pelle color pan pepato (qualcuno glielo aveva detto, un giorno), occhi a loro volta neri, frange di ciglia fitte. D'estate, passava il tempo in costume da bagno, al sole, nell'erba del giardinetto dietro casa. Lo faceva all'inizio, poi sono arrivati i nemici e mia nonna le ha proibito di stare fuori. La pelle delle sue gambe, sulle tibie, era scura e lucente, mi piaceva passarci sopra la punta delle dita, era liscia e calda come un sasso levigato dal mare.

C'era la guerra. Non c'era niente da mangiare. Non c'erano soldi. Le notizie dovevano essere angoscianti. Eppure, mi ricordo di mia madre come di una persona allegra e spensierata. Le piaceva canticchiare canzoni creole, suonare la chitarra. Le piaceva anche leggere, poteva rimanere per ore sprofondata in un libro come La nascita di Jalna. Grazie a lei, è rimasta in me la convinzione che, quale che sia la difficoltà del momento, la realtà rimane un segreto, e che soltanto sognando si è più vicini al mondo. Mia nonna era diversissima. Era una donna del nord, della zona di Arras o di Compiegne, di una lunga stirpe di contadini duri e autoritari. Si chiamava Germaine. Credo di aver capito prestissimo quanto ci fosse di volitivo, di gretto e di caparbio in quel nome. Ce l'aveva a morte con i nemici che avevano invaso la Francia. Non ne pronunciava mai il nome.
Aveva perso il marito durante la Grande Guerra. Aveva allevato il figlio unico, e il fratello minore dopo l'incidente. Tutto questo l'ho capito soltanto molto tempo dopo. Anche di mio padre, non ho saputo niente. Era partito, un giorno, e non era più tornato. Ma in pratica non avevo alcun ricordo di lui. Un'ombra, forse, una sagoma sfuggente. Di mio nonno paterno rimanevano soltanto poche fotografie incorniciate nella stanza della nonna. Anche una Bibbia, e dei libri di Emanuel Swedenborg su cui ho imparato a leggere.
Mia madre aveva un nome dolcissimo. Un nome d'isola e di fiume, che si addiceva al suo sorriso, al colore della sua pelle e alle musiche della sua chitarra. Si chiamava Rosalba.

La guerra è quando si ha fame e freddo. Non fa sempre più freddo quando si è in una guerra? Nonna Germaine diceva che le due guerre da lei conosciute, la «Grande» e poi l'altra, la «porcheria», quella scoppiata quando io avevo un anno, erano state entrambe caratterizzate da estati torride, seguite da inverni terribili. Raccontava, ricordo, che nell'estate del '14 le allodole nei campi avevano cantato: «'st'està, 'st'està!» E che due giorni dopo i muri erano tappezzati di manifesti della mobilitazione. Germaine non aveva detto che gli uccelli avevano cantato durante l'estate del '39. Aveva però detto che suo figlio era partito sotto una pioggia torrenziale. Aveva baciato la moglie, mi aveva preso in braccio, e se n'era andato senza voltarsi.
In montagna, faceva freddo a partire da ottobre. Ogni sera pioveva. Le strade erano ridotte a torrenti che facevano una musica triste. C'erano molti corvi appollaiati nei campi, tenevano le loro riunioni, e i loro gridi striduli riempivano il vuoto del cielo.
Noi abitavamo al primo piano di una vecchia casa di sasso, all'uscita del paese, verso l'alto. A pianterreno, c'era uno stanzone vuoto che in passato era stato un negozio di generi alimentari e rivendita di patate. Le finestre del negozio erano state murate. Erano gli ordini dei nemici. Temevano gli attentati.
Lo stanzone fungeva ancora da magazzino. Un pomeriggio, la proprietaria, la signora Carrignon, aveva aperto la porta e io avevo scorto il negozio in penombra, gli scaffali vuoti, le damigiane unite da ragnatele, e sul pavimento, reso fantasmagorico dalla luce grigia, cenci e sacchi vuoti, simili a cadaveri.
«Cosa ci fai qui? Via, sciò!» La signora Carrignon era comparsa sulla soglia, con indosso il grembiule color dei vecchi sacchi di patate, con ragnatele intessute ai capelli. Era pallida, aveva un solo dente che posava sul labbro inferiore. Faceva paura a tutti i bambini del paese.

La guerra era soprattutto l'odore, un odore che non posso dimenticare. Un misto di muffa, di fumo, un odore di castagna e di cavolo, qualcosa di freddo, d'inquietante. La vita passa, si cambia, si dimentica. Ma l'odore della guerra resta, a volte torna senza che ce lo aspettiamo. Con quello tornano i ricordi, la lunghezza, la lunghezza di quel tempo, quando sembra che le giornate, i mesi, gli anni siano senza fine. Che il nemico rimarrà sempre, non se ne andrà mai, che occuperà il suolo e le strade del paese sino alla fine del mondo.
La mancanza di soldi. Come se ne accorge, un bambino di quattro anni? Che nonna Germaine ne parlasse talora con mia madre, la sera, dopo la zuppa di rape, mentre io sonnecchiavo coi gomiti sul tavolo guardando i disegni sulla tela cerata che si muovevano? «Come si fa con il latte, il pane, le verdure? costa tutto così caro!» Non sono i soldi che mancano, sono i modi di passare il tempo. I modi di non pensare più al tempo, di non avere paura del giorno che finisce, della notte, del giorno che sta per nascere. Quella paura che si mescola all'odore del paese, al freddo della valle incassata dall'inverno, all'ombra del picco delle Abeilles che avanza come un'ala. Il picco è lo sperone roccioso che domina la valle, che minaccia il paese. La nostra casa è sul bordo della strada che va verso l'alta montagna, nel punto in cui la valle si restringe forzando l'acqua del fiume verso la chiusa. Ma a me piace il fiume, il suo rumore, il suo odore. Non è come l'odore di cantina che sale dalle tavole dello stanzone dove i cenci sono spoglie dimenticate. Il fiume fa una musica quasi dolce, mi fa lo stesso effetto della voce di mia madre Rosalba quanto canta accompagnandosi con la chitarra, o quando mi legge qualcosa, la sera, nel suo letto, io e lei avvolti stretti nelle coperte per scaldarci. O la voce della pioggia che deve cadere ogni sera mentre dormo, quando l'ombra del pizzo delle Abeilles avanza come un'ala di corvo.


La tela cerata
La stanza in cui vivere era la cucina. Le tre camere erano nere e fredde. Davano su una ripa sassosa dove l'acqua scorreva in continuazione. La cucina si apriva sulla strada, con due finestre e un balcone dove la nonna teneva le provviste al fresco. La sera, nonna Germaine metteva la carta blu alle finestre per via del coprifuoco. Io passavo la maggior parte del tempo in cucina. Lì c'era sole anche in pieno inverno. Durante il giorno non c'era bisogno di tende perché non avevamo dirimpettai. La via che passava sotto le finestre di cucina era la strada per i monti. Non ci passava molta gente. La mattina, verso le sette, la corriera asmatica a gasogeno che portava ai paesini di alta montagna faceva un rumore smorzato. Quando la sentivo arrivare, mi precipitavo a vedere l'enorme insetto metallico senza muso e senza cofano, il tetto coperto di carabattole avvolte nella tela e legate. La fermata del bus era un po' più in giù, sulla piazza. Stando al balcone, potevo scorgere, al di là dei prati a ridosso del fiume, i tetti del paese nuovo con il campanile quadrato e l'orologio con i numeri romani. Non sono mai riuscito a leggere l'ora, credo che l'orologio si fosse rotto all'inizio della guerra. Mi pare che segnasse sempre mezzogiorno.
La cucina, in primavera, si riempiva di mosche. Nonna Germaine diceva che erano stati i nemici a portarle. «Prima della guerra non ce n'erano così tante». Mio zio Monsieur Lucien la prendeva in giro. «Come fai a saperlo? Le hai contate?» Lei non demordeva. «Già nel '14 si sono viste arrivare a Compiegne, dovresti ricordarlo. Nuvole di mosche. Si diceva che ne avevano portate a panieri e le lanciavano su di noi per demoralizzarci».
Per lottare contro di loro, nonna Germaine appendeva strisce di carta gommata alla lampadina. Data la penuria, usava sempre la stessa striscia, che puliva ogni sera. Così facendo, però, toglieva lo strato di colla e dopo poco, più che da trappola, la striscia serviva da posatoio per le mosche.
Quanto a Monsieur Lucien, lui usava un metodo più radicale. Armato di una paletta rabberciata cento volte, ogni mattina partiva in caccia. Diceva che non si sognava nemmeno di fare colazione se prima non aveva ammazzato il suo centinaio di mosche. Era così che avevo imparato a contare.
La tovaglia di tela cerata non era teatro di quella guerra. La nonna aveva vietato nel modo più assoluto di schiacciarvi sopra le mosche, per ragioni d'igiene. Per me, quella tela era l'arredo principale della mia vita. Era una comune tela cerata, piuttosto spessa, di una brillantezza un po' untuosa che mandava un odore persistente di zolfo e di gomma, cui si mescolavano i profumi della cucina. Era il centro della mia esistenza.
Ci mangiavo. Ci disegnavo, con una matita rossa e blu da falegname, su pezzi di carta stampata. Ci sognavo, a volte ci dormivo. Era decorata con motivi che non so se rappresentassero fiori, nuvole o frutti, forse tutto questo insieme. Nonna Germaine preparava lì i pasti. Tagliuzzava verdure e pezzi di carne, pelava le patate, le rape, le carote. Mio zio Monsieur Lucien ci mescolava la mistura che fumava, frammenti di tabacco, gambi di carote e foglie di eucalipto. Nel pomeriggio, quando la nonna e lo zio dormivano, mia madre Rosalba mi faceva scuola. Il libro aperto, leggeva brani della Bibbia, o favole. Io non riuscivo ancora a leggere, ma avevo imparato a memoria quei brani, che recitavo posando il dito sulle righe a casaccio. Rosalba non ci cascava. Finivamo con lo scoppiare a ridere. Poi mi portava a spasso fino al ponte, a guardare il campo delle vipere e il fiume che zigzagava in mezzo ai ciottoli grigi. D'inverno, veniva buio presto. Nonostante le pelli di pecora e le sciarpe, tremavamo dal freddo. Mia madre si fermava un momento a guardare verso sud. Come se aspettasse qualcosa. Credo che avesse bisogno di pensare al mare.
Io la tiravo per la mano per tornare verso casa. A volte incontravamo bambini, donne vestite di nero. Mia madre scambiava qualche parola. Per racimolare un po' di soldi, faceva lavori di cucito, la sera, sulla famosa tela cerata.

Credo di aver immaginato per la prima volta lì, su quella tovaglia, il paese di Urania, perdendomi nelle volute rosse e verdi che mi si stendevano davanti agli occhi. Non avevo ancora trovato il nome del paese, ma l'avevo già sentito più volte. Era in un grosso libro rosso e oro che mia madre Rosalba leggeva la sera, a volte, prima dell'ora di coricarsi. Era un libro che parlava di un paese straordinario chiamato Grecia. Non sapevo dove fosse quel paese. Pensavo perfino che non fosse mai esistito.
Fuori, nel corridoio della valle, soffiava il vento. Non ricordo d'aver mai sentito neppure una voce. Soltanto il suono stridulo della campana, la domenica. Ma dal libro rosso uscivano parole, nomi, musiche. Io li ascoltavo senza capire. Si parlava del mare, del cielo, delle stelle. C'erano giganti, donne irreali, animali terrificanti. Sapevo di cosa si trattava? Non avevo mai visto niente di simile. Soltanto i disegni sulla tovaglia di tela cerata, le volute, soltanto il suono chiaro e l'accento melodioso di mia madre Rosalba. Quel che è certo, che mi colmava di felicità al punto che lo ricordo ancora e mi fa battere il cuore, è quel tempo che di colpo si fermava, si dilatava. Allora, scivolavo verso il sonno, la guancia posata sulla tovaglia, senza pensare alla fame, con quella voce che diceva i nomi stranieri, le parole magiche, e che mi trasportava nel sogno.


Ho visto il nemico.
Dico nemico perché non sapevo chi erano, né da dove venivano. Nonna Germaine li odiava al punto che non ne pronunciava mai il nome. In seguito, ho saputo: dei «crucchi», dei «teutoni», degli «alemanni», degli «unni». Lei diceva soltanto «loro». «Loro» sono venuti ieri. «Loro» hanno occupato una casa. «Loro» hanno bloccato le strade verso il mare. «Loro» dicono che qui sono a casa loro. «Loro» mitragliano la gente per punirla degli attentati. Bisognerà pure che «loro» un giorno paghino per tutto il male che ci fanno. Era cosa segreta, minacciosa, quasi irreale.
La guerra non ha senso per i bambini. Da principio hanno paura, poi si abituano ad avere paura. È quando si abituano che diventa disumana.
Io ci pensavo senza crederci. Quando andavo in paese con Rosalba, per la strada raccoglievo sassi. «A cosa ti servono?» domandava lei. «Per tirarli» rispondevo. Ricordo la mia determinazione. Mia madre non mi ha domandato: «A chi?» Non ha più fatto domande. Lei non voleva mai parlare di quelle cose, delle guerra, di mio padre che era scomparso, dei ricordi. Faceva come se niente fosse. Era il suo gioco privato. Parlar d'altro, pensare ad altro. Cantare le sue canzoni, suonare la chitarra, leggere nel librone rosso la storia della Grecia. Forse l'angoscia l'attanagliava. A volte, all'ora di cena, se ne andava nella sua stanza, se ne stava lì al buio. Diceva di avere il mal di testa. Non voleva che la vedessimo piangere.
Il libro rosso, le leggende, Caos, Gaia, Eros i suoi figli Erebo e Notte, i suoi nipoti Etere, Emera, Ponto, Urano erano come la sua famiglia. Per lei contava più di quello che succedeva là, dall'altra parte della montagna, nella valle della Stura. Credo che riuscissi a capire. Ma sapevo anche che mi portava a passeggio, ogni mattina, dalla parte del ponte, per guardare la via del mare, per spiare l'arrivo delle notizie.

Ho visto il nemico in cortile. Forse vavevo colto qualche parola di rabbia, nonna Germaine intenta a dire: «Stanno rubando le gomme della mia macchina». Sono scivolato fuori senza fare rumore, mi sono nascosto dietro i cespugli. Tutto era grigio, il vento soffiava sulla terra secca. La serranda del garage era alzata. Due uomini avevano smontato le ruote dell'auto. Indossavano lunghi cappotti grigi. Erano normali, a parte quei lunghi cappotti. Erano arrivati da un altro mondo, dove c'era bisogno di quei cappotti, di quegli stivali, di quei guanti. Ma erano a capo scoperto, cosa che mi permetteva di constatare che erano normali. Né giovani né vecchi, i capelli rasati, le guance arrossate dal freddo.
Avevano posato a terra le ruote dell'auto, che adesso era in bilico su alcuni blocchetti di cemento. Uno era in piedi, le mani in tasca. L'altro aveva in mano un attrezzo di ferro con cui toglieva le gomme dai cerchioni. Non parlavano. Oppure ero troppo lontano per sentire ciò che dicevano. Avevano posato i fucili contro il muro del garage. Fucili neri da cui penzolava una lunga cinghia. Era la prima volta che vedevo dei veri fucili, eppure sapevo di non dover fare rumore, né muovermi, se non volevo essere ucciso.
L'uomo che armeggiava con la sbarra di ferro faceva gesti precisi. Sapeva ciò che andava fatto. L'altro fumava una sigaretta. Mi sembra d'aver sentito per la prima volta l'odore dolce del tabacco. Mio prozio Monsieur Lucien fumava ormai soltanto vecchie erbe acri.
È durata un tempo infinito. Ore, e io sono rimasto accovacciato dietro i cespugli, in fondo al cortile, senza muovermi, quasi senza respirare. Sapevo che era pericoloso. I ladri all'opera, la guerra. I fucili contro il muro. I nemici, a pochi metri da me. Avevo ancora alcuni sassi in tasca, ma l'idea di tirarli non mi ha nemmeno sfiorato.
È stata la nonna a trarmi d'impiccio. È arrivata in silenzio, in pantofole. Mi ha tirato indietro. Non mi ha sgridato, non mi ha picchiato. Sono dovuto rimanere chiuso nella mia stanza per il resto della giornata.

Poco tempo dopo, ho visto il nemico un'altra volta.
Era autunno, poco prima della fine della guerra. I nemici erano in paese. Si sentivano giorno e notte i motori dei camion. Non l'ansimare moribondo della corriera a gasogeno, ma motori che facevano un rumore bitonale, uno acuto e uno grave. La mattina, ero stato svegliato da quel rumore. Ero solo nella stanza, ho avuto una gran paura. Ho pensato che fossero scappati tutti. Ho urlato: «Nonna!» Le pareti e il pavimento tremavano. In cucina, ho visto mia madre in piedi accanto alla finestra. Aveva staccato un lembo di carta blu, il sole entrava a fiotti sino in fondo alla cucina. È sempre così quando c'è una guerra, il cielo diventa azzurrissimo e la luce del sole acceca. «Daniel». La mamma ha sussurrato il mio nome, la sua voce era strana, diversa. La sua voce tremava, credo. Oppure era il rumore dei motori che si mescolava alla sua voce. Mi sono avvicinato alla finestra, lei mi faceva scudo col corpo. Ricordo l'osso della sua anca contro la mia guancia. Cercavo di vedere ciò che lei guardava e mi nascondeva con il corpo. Ho visto una colonna di camion sulla strada, avanzavano lentamente, il fracasso dei motori faceva vibrare i vetri. Salivano costeggiando la casa, così vicini l'uno all'altro che parevano attaccati. Io vedevo i teloni, i finestrini, come se non ci fosse nessuno al volante. Vedevo sfilare lentamente i camion neri, sentivo tutto, ogni ronzio di motore, ogni vibrazione nelle finestre, sentivo il cuore di mia madre all'interno del suo fianco, sopra l'osso dell'anca. E questo colmava tutta la stanza, tutta la casa fino alla cantina in abbandono, sino in fondo alla valle, forse facendo tremare anche le rocce sgretolate del picco delle Abeilles. Riempiva di vuoto. Non so nemmeno dire se i cani abbaiassero, da qualche parte. Mi pare che tacessero in fondo ai cortili.
È durata a lungo, come quando i due soldati smontavano le gomme dell'auto della nonna. Il nemico risaliva la valle, verso l'alta montagna già innevata. Il sole splendeva sui vetri della finestra, illuminava i recessi della cucina. In basso, sopra il paese nuovo, forse il campanile quadrato mostrava il quadrante imperturbabile dell'orologio che segnava sempre mezzogiorno. Il cielo era azzurro, di un bell'azzurro estivo. Probabilmente c'erano nuvole impigliate nelle cime dei monti. Le mosche, disturbate per un attimo dalle vibrazioni dei motori, avevano ripreso la loro danza incessante sopra il tavolo di cucina. Ma Monsieur Lucien non dava loro la caccia. Era in piedi, appoggiato alla parete di fondo, la luce del sole faceva risaltare il suo colorito pallido di vecchio, la sua alta statura, la sua magrezza cadaverica. Le sue iridi erano trafitte dai raggi, due biglie trasparenti color verderame. Non so perché, ma questa immagine di Monsieur Lucien che ho serbato fino a oggi si è sostituita a tutte le altre. È per me la prova che ho davvero vissuto tutto questo. Forse sono stati il suo pallore e il colore assente delle sue iridi a farmi capire l'importanza del momento che stavamo vivendo. Il nemico se ne andava con tutti i suoi carri, i suoi cannoni e i suoi camion, risaliva la valle come una lunga bestia nera, trascinata verso l'inverno.

Mario è morto pochi giorni dopo. Amavo molto Mario. A volte capitava in cortile, giocava con me con un vecchio pallone bucato. Era un bambino con gli occhi verdi a fessura come quelli di un lappone, e una zazzera riccia di un rosso smagliante. Scherzava con Rosalba, e la nonna Germaine riteneva che non fosse una bella cosa, che fosse un po' indecente. Era come un fratello maggiore.
Quella mattina, ero ancora trasognato nel letto di mia madre e guardavo il sole che filtrava da sotto la porta della stanza. Se n'erano andati via tutti. Sognavo di una voce che chiamava mia madre, una voce d'uomo un po' lamentosa: «Rosalba!» Ma non era una vera voce d'uomo. Somigliava più a quella di mio prozio Monsieur Lucien, un po' stridula, lenta, lagnosa. Mio padre ci ha lasciati quando io ero ancora un bebè inerme, e a volte sogno di vederlo comparire, nella cornice della porta, eppure non è mai la sua voce a chiamare mia madre. Non ne ho mai parlato con nessuno.
Quella mattina, ho sentito un'esplosione. Un rumore secco, tonante. Che mi ha strappato al mio sogno. Dopo, non so più cos'ho fatto. Mia nonna è tornata dopo aver dato da mangiare ai conigli. Ha molti conigli nascosti nel garage, sotto un telo. «Loro» non li hanno mai trovati. Ogni tanto, ammazza un coniglio e lo spella. Lo fa alla perfezione. Un giorno l'ho vista, dopo la faccenda delle gomme rubate dai nemici. Il coniglio era appeso a un chiodo in cortile. Un cane affamato leccava il sangue che era colato per terra. Il coniglio era nudo, violaceo, gli occhi sporgenti. La nonna aveva un grembiule rosso di sangue, anche le sue mani erano rosse. Più tardi, verso le dieci, mia madre è tornata dalla spesa. Aveva una pagnotta di pane grigio, un boccale di latte, alcune rape con foglie e tutto. Ha posato gli acquisti sul tavolo di cucina. Il mio prozio beveva la sua cicoria a piccoli sorsi, sorbendo rumorosamente. Di solito, mia nonna lo redarguiva: «Smettila, ci irriti!» Stavolta non diceva niente. Mia madre era pallida sotto l'abbronzatura, aveva l'aria triste. L'ho sentita bisbigliare nella sua stanza, un po' più tardi. Parlava di Mario con la nonna. In seguito, ho capito. Credo di aver capito il giorno stesso, o l'indomani. I bambini capiscono più di quanto pensino gli adulti. Mario trasportava una bomba che doveva mettere sul ponte, sulla strada che avrebbe fatto il nemico per salire verso i monti. Mentre attaversava il campo delle vipere, un po' prima di arrivare alla piazza, si è messo a correre. Teneva la bomba stretta sulla pancia. Forse è inciampato in una radice, forse ha stretto troppo la bomba. È saltato in aria. Di lui, hanno ritrovato una ciocca di capelli rossi. Ho visto la buca che aveva lasciato per terra, alcune persone ci avevano buttato sopra fiori recisi. Era meraviglioso. Era come se Mario fosse volato in un altro mondo, migliore di questo. Credo che sia stato quel giorno che ho cominciato a pensare a Urania.
Partecipa alla serata del
.28 maggio






Musica di
.Andrea Pozza


 
Note
Traduzione di Francesco Bruno, su gentile concessione di Giulio Einaudi editore S.p.A.
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