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Danza con i boa  Testo in lingua originale 
.Abasse Ndione
Come al solito mi svegliai proprio mentre echeggiava il primo canto del gallo proveniente da Diobaka, un paesino situato ad alcune centinaia di metri dal villaggio turistico. Mi misi a sedere sul letto, cercai a tentoni la scatola di fiammiferi e il "prêt-à-porter" posati sul comodino, accesi la lampada a petrolio, poi lo spinello. Avevo dormito al massimo un'ora e mezzo. Ma profondamente. Abbastanza per rimettermi in sesto. La stanchezza del viaggio del giorno prima, Badioka-Sambey Karang-Badioka, era svanita. Mi alzai, mi annodai l'asciugamano intorno alla vita e aprii la porta. La brezza del mattino penetrò nella stanza sollevando la tenda. Uscii, il troncone tra le labbra.
Fuori, la luce del giorno prendeva il sopravvento sulla penombra notturna. Tutto era calmo e tranquillo, si sentiva il sibilo del vento tra i rami degli alberi. La luna, seminascosta dalla cima della mangrovia dove dormivano appollaiati alcuni aironi cenerini con la testa nascosta sotto l'ala, si attardava nel cielo limpido, senza nuvole.
Scesi sull'argine del fiume, finii il mio spinello, mi tolsi l'asciugamano e mi tuffai nudo nell'acqua tiepida. Con bracciate vigorose nuotai avanti e indietro cinque volte da una riva all'altra e, con i muscoli ben sgranchiti, uscii dall'acqua, mi asciugai, mi riannodai l'asciugamano alla vita e raggiunsi il mio alloggio. Mi vestii rapidamente, rollai una mezza decina di “prêt-à-porter”, spensi la lampada e tornai al fiume. Mi sedetti sulla riva, mi accesi un secondo spinello e mi misi a contemplare la natura che tornava alla vita diurna. Gli aironi, in cima ai paletuvieri, si erano svegliati. Battevano le ali cacciando piccole urla, si tuffavano di colpo come bolidi, sparivano nell'acqua, riemergevano subito dopo con un pesciolino fremente nel becco e tornavano sul loro trespolo.
L'erba che avevo sviluppato mi aveva scatenato una fame atroce. Accontentai il mio stomaco vuoto con una mezza dozzina di uova all'occhio di bue, un filone intero di pane spalmato con burro e marmellata, una grande tazza di caffelatte e poi di quinquéliba e un bicchiere di succo d'arancia. Il tutto sotto lo sguardo stupito di Sokola. L'ex militare, divertito, mi guardava con gli occhi spalancati.
«Amuyaakar, sei un vero orco!» esclamò con un grande sorriso che scopriva i denti marrone scuro. «E la cosa più sorprendente è che non hai pancia per niente. Io, con la trippa che mi ritrovo, sarei incapace di ingurgitare tutta la roba che ti sei spazzolato».
«I cinque tronconi che ho sviluppato mi hanno raschiato lo stomaco» dichiarai.
«A quest'ora del mattino già cinque tronconi? Ti sei svegliato presto, allora!».
«Molto presto, come sempre. Alle cinque e mezzo, a qualsiasi ora vado a dormire. È una questione biologica. Ho nuotato nel fiume, l'acqua era stupenda, poi mi sono seduto sulla riva a contemplare gli aironi, abili pescatori, e il sorgere del sole, sviluppando un troncone dietro l'altro».
«Allora, come ti sembra la merce?» chiese Jombiku.
«Un'erba eccellente» approvai. «Non riesco a trovare un termine migliore. Eccellente, davvero».
Léonie uscì dalla cucina, sparecchiò, tornò con un boccale di vetro che conteneva yamba meticolosamente pulita, senza granelli, sabbia o rametti, e le cartine Taylor, che posò davanti a Sokola prima di tornare alle sue occupazioni.
«Hai proprio ragione, Amuyaakar. Un'erba eccellente. La chiamano Buddha perché ti immerge in una profonda concentrazione, ideale per una meditazione intensa. I nostri amici del Gambia invece la chiamano Columbia perché, come la navicella spaziale, ti trasporta subito molto in alto, ben oltre le nuvole».
«Proprio dove sono ora» confessai.
«Ma soprattutto fa venire una fame!» disse Jombiku. Il colosso stava finendo di rollare tre enormi tronconi a forma di cono con l'erba del boccale. Uno a testa, che ci invitò a fumare offrendoci da accendere.
«È una nuova varietà ottenuta con i semi di lopito provenienti dalla Nigeria. Non è marrone come i miei denti ma verde scuro, sembra tè verde cinese, con un piacevole odore di citronella, ed è molto più forte del lopito» declamò Sokola. (Di colpo l'ex ufficiale si batté la fronte con il palmo della mano e si voltò verso di me). «Di' un po', Amuyaakar, dimenticavo, Jombiku ti ha già dato la notizia?».
«Quale notizia?».
«Riceveremo la visita di quattro turisti, due coppie di bianchi spediti qui da Ziguinchor. Saa Saa, che fa loro da autista e da guida, ce li porterà tra poco».
«Alla fine è stato più facile acchiappare quattro bianchi che trovare il cadavere di uno sciacallo morto di morte naturale» scherzai.
«Lo stregone ci aveva avvisato che uno sciacallo è molto difficile da trovare, ma avrebbe fatto prima a dirci che è impossibile. E io che pensavo che il problema fosse scovare quattro turisti bianchi» disse Jombiku.
«Gli sciacalli esistono, ma sono molto, molto rari. Saa Saa e io li abbiamo cercati in tutto il paese per mesi e mesi, poi anche in Gambia e nelle due Guinee vicine. Ci siamo spinti nei villaggi più isolati della boscaglia. Sul serio!» chiarì Sokola.
«Ma sono così rari?».
«Più di quanto si possa immaginare» rispose l'ex militare. «In Guinea Bissau un vecchio marabutto mi ha detto che lo sciacallo è l'animale che vive più a lungo sulla terra. Arriva facilmente a mille anni senza ammalarsi mai. Gli spiriti che confezionano i talismani con il suo cadavere attendono impazienti la sua morte e poi se ne impossessano immediatamente».
«Gli spiriti?» chiesi io meravigliato.
«Gli spiriti, sì. Saa Saa, che ha contattato lo stregone, ha detto che, secondo lui, se portiamo il cadavere di uno sciacallo gli spiriti ci assicureranno una protezione totale e faranno prosperare i nostri affari per tutta la vita. Altrimenti, se offriamo in sacrificio quattro bianchi, maschi o femmine che siano, otterremo lo stesso risultato ma per un tempo limitato».
«Se in questo modo i nostri affari andranno meglio e avremo una protezione assicurata per tutta la vita, dobbiamo solo cercare ancora. Me ne occuperò anch'io, e alla fine riusciremo a trovarlo, uno sciacallo».
«Non troveremo niente, credimi. Come ti ho già detto, io e Saa Saa abbiamo passato al setaccio il paese e gli stati vicini. Il marabutto della Guinea Bissau, dopo aver consultato le sue conchiglie, mi ha detto che solo due uomini possiedono sciacalli in tutto il continente. Il primo è uno dei più importanti marabutti del nostro paese, l'altro è un capo di stato della sottoregione. Queste persone hanno al loro servizio spiriti molto devoti, che obbediscono in tutto e per tutto». I nostri tronconi erano arrivati al filtro. Jombiku stava per confezionarne altri tre, quando di colpo il rumore di una macchina proveniente dal villaggio ci fece voltare verso la grande finestra che affacciava sul cortile del villaggio turistico. Una 4x4 bianca a doppia cabina stava entrando dall'ingresso principale.
«È Saa Saa» esclamarono all'unisono l'ex ufficiale e il colosso scollandosi simultaneamente dalle sedie.
Si diressero verso l'uscita.
Li seguii.


Sokola prese la borsa che Raymond gli aveva portato dal suo alloggio e diede il via alla spedizione. Raggiungemmo la riva del fiume e prendemmo posto nella piroga. I quattro turisti si sedettero al centro, ogni coppia su un banchetto. Saa Saa e Jombiku si sistemarono dietro, Sokola e io davanti. Il colosso accese il motore e partì. Circondata dalle folte mangrovie su entrambi i lati del fiume, l'imbarcazione cominciò a scivolare sull'acqua calma, prima lentamente, poi sempre più veloce, fino a raggiungere ben presto la velocità di crociera. Il ronzio regolare non disturbava affatto gli aironi cenerini, probabilmente abituati al rumore del motore. Quando ci avvicinavamo interrompevano i loro tuffi, e ricominciavano subito dopo il nostro passaggio.
Gli affluenti del fiume formavano un vero e proprio labirinto in cui sorgevano rare isole abitate e una moltitudine di isolotti deserti di cui nessuno conosceva il numero esatto. Bisognava essere del luogo per potervi navigare senza perdersi. Alla partenza la piroga si era diretta a levante, rivolta verso il sole. Dopo mezz'ora di viaggio l'astro era alla nostra destra, e pochi minuti dopo si trovava definitivamente alle nostre spalle. Ogni tanto il corso d'acqua si allargava, i paletuvieri si allontanavano, tanto che due uomini in piedi sulle due rive non avrebbero potuto sentirsi neanche urlando. Altre volte diventava un sottile rigagnolo costeggiato dalle mangrovie, i cui rami flessibili sfioravano i lati della piroga. Dopo un'ora di navigazione incrociammo due piccole piroghe cariche di ostriche che avanzavano con i bordi a pelo d'acqua, in ognuna delle quali erano sedute due donne, una davanti e l'altra dietro, che pagaiavano con energia risalendo la corrente.
In piedi nella parte anteriore dell'imbarcazione, Sokola, erettosi a guida turistica, raccontava frottole sbalorditive ai bianchi che pendevano dalle sue labbra, mescolando in modo scandaloso la storia del paese.
Remavamo da più di due ore, quando la piroga penetrò in una sorta di lungo tunnel vegetale dove regnava una mezza penombra. Le cime dei paletuvieri si univano formando una volta ad arco. I raggi del sole allo zenit filtravano attraverso le fronde, dando vita a una luce diafana. Infine uscimmo dal tunnel e ci ritrovammo in pieno sole. Non eravamo lontani dalla riva. Jombiku spense il motore, la piroga andò alla deriva per una cinquantina di metri e infine urtò la banchina che formava una breccia tra le mangrovie.
«Capolinea, tutti a terra!» disse Sokola in tono allegro battendo le mani.
Saa Saa e Jombiku passarono avanti, saltarono a terra, aiutarono le donne a scendere, quindi i loro mariti, lasciando me e Sokola soli sull'imbarcazione.
L'ex militare si chinò, aprì la borsa ai suoi piedi, tirò fuori un kalashnikov e, rialzandosi, mi fece l'occhietto.
«Dopo le fandonie sulla storia, farò venire ai bianchi il più grande spavento della loro vita!».
Premette il grilletto e sparò una raffica assordante, che amputò letteralmente la cima dei paletuvieri lungo la riva. Alcuni sfortunati aironi, crivellati di colpi, caddero al suolo ridotti a brandelli, interamente coperti di sangue, mentre altri fuggivano ad ali spiegate pigolando a più non posso e una pioggia di foglie e rami cadeva sulla testa e sulle spalle di Saa Saa e Jombiku. Michel e Antoine si erano gettati a terra trascinandosi dietro le mogli. In preda al panico, con le mani incollate alle orecchie e la faccia contro il suolo, urlavano terrorizzati e le grida echeggiarono anche dopo la lunga detonazione, disturbando l'incredibile ed effimera quiete che era sopraggiunta dopo che il motore della piroga era stato spento.
«Ascoltatemi, bianchi!» tuonò Sokola con voce minacciosa.
Saa Saa sfoderò il machete che teneva nascosto sotto l'ampia camicia sin dalla partenza dal villaggio turistico, e colpì il sedere dei turisti con la parte piatta della lama.
«Forza, bianchi, alzatevi e ascoltate cosa ha da dirvi il capo. Silenzio!» proseguì Saa Saa con lo stesso tono, continuando a colpirli con la lama.
I turisti si alzarono precipitosamente aggrappandosi l'uno all'altro. I mariti tacevano, le mogli urlavano ancora.
Michel guardò inebetito Saa Saa.
«Ma... Autista... che sta succedendo?» bofonchiò.
«Io non sono un autista, e non esiste nessuna Isola degli uccelli. Siete caduti in una trappola. Silenzio, donne, altrimenti vi taglio immediatamente la lingua!» dichiarò Saa Saa brandendo il machete.
Le grida cessarono all'istante.
La voce minacciosa dell'ex ufficiale tuonò di nuovo.
«Ascoltatemi bene, bianchi, non voglio ripeterlo due volte» disse con la canna del kalashnikov puntata sui turisti. «Da questo momento siete nostri ostaggi. Se rimarrete tranquilli non vi verrà fatto alcun male. In caso contrario verrete abbattuti senza pietà. A voi uomini verranno prima di tutto amputate le gambe a colpi di machete, affinché possiate assistere allo stupro delle vostre mogli da parte del colosso e del suo membro da cavallo. Dopo verrete tutti liquidati con un proiettile alla testa. Quindi niente seccature! Altrimenti...».
Ammutoliti dal terrore, tremanti come rami scossi dal vento, i turisti restarono in silenzio, gli occhi sgranati per il panico e lo stupore.
Sokola si chinò di nuovo, prese dalla borsa un rotolo di corda di nylon e lo lanciò al colosso. «Legagli le mani dietro la schiena».
Jombiku prese al volo il rotolo e, con l'aiuto di Saa Saa che tagliava la corda con il machete, in un attimo immobilizzò i turisti. Sempre con il machete, Saa Saa strappò il vestito della biondastra all'altezza delle ginocchia, scoprendo un paio di gambe magre striate di grosse varici blu. Tagliò il tessuto in quattro parti, che usò per imbavagliare i bianchi.
Ricordo ancora la scena impressionante di un film che ho visto tanto tempo fa e di cui non rammento il titolo. In una piantagione del sud degli Stati Uniti quattro negri, due uomini e due donne, accusati di essere gli istigatori di una rivolta, erano stati condannati all'impiccagione. I quattro poveretti erano stati trascinati davanti a tutti gli schiavi riuniti intorno all'albero che doveva fungere da forca, tenuti a bada dai fucili. Dopo averli saldamente legati, avevano messo loro delle museruole come quelle che si usano con i cani cattivi, affinché non urlassero. Nei loro occhi lucidi e sgranati che roteavano come trottole si leggeva tutta la disperazione del mondo. Uno spettacolo penoso.
I quattro turisti mi facevano esattamente lo stesso effetto.
«Su, andiamo!» ordinò Sokola.
Saltai giù dalla piroga insieme a lui.
Tra la folta vegetazione si snodava un sentiero stretto. Ci inoltrammo in fila indiana nella foresta. Saa Saa, in testa al gruppo, faceva da apripista. Seguivano nell'ordine Jombiku, Michel, sua moglie Michèle con il vestito trasformato in minigonna, Martine la cicciona bruna, suo marito Antoine, che aveva la canna del kalashnikov di Sokola puntata sui reni per affrettare il passo, e io, dietro all'ex militare, chiudevo il plotone.
A mano a mano che procedevamo lentamente, spostando i rami degli alberi e le liane davanti a noi, la vegetazione s'infittiva sempre di più. In alcuni punti Saa Saa era costretto a farsi strada a colpi di machete.
All'improvviso sbucammo in una radura, nel bel mezzo della quale troneggiava un immenso tamarindo dalle fronde rigogliose. Il tronco, metà del quale era costituito da una grossa cavità, era così enorme che per circondarlo ci volevano almeno una ventina di uomini in girotondo. Dalla cavità uscì un bambino che ci venne incontro. Sembrava saltellasse, tanto i suoi passetti erano rapidi, e teneva in mano un bastone nero, una canna di cui si serviva per scostare l'erba secca che gli arrivava alle cosce.
Quando arrivò accanto a noi ci fermammo. Mi resi conto di essermi sbagliato, e fui così sorpreso che sentii il cuore che mi batteva. Non era un bambino ma un nano, e non aveva in mano una canna ma un corno di antilope con la punta affilata. Non riuscivo a dargli un'età, sebbene le profonde rughe sul viso e sul collo indicassero che doveva essere anziano. La testa, enorme rispetto al corpo, liscia come un uovo, con la fronte sporgente e gli occhi rossi come braci, mi arrivava appena alle ginocchia. Non aveva né ciglia né sopracciglia, niente barba, nemmeno un pelo sul petto e sulle braccia nude, e intorno alla vita portava un pagne indaco che gli nascondeva i piedi.
«Buongiorno, Egnappe. I miei amici e io ti salutiamo con rispetto» dichiarò Saa Saa.
Il nano levò al di sopra del capo il corno di antilope, con la punta affilata rivolta verso il cielo. In quel momento sentimmo echeggiare più volte una voce strana, cavernosa. Egnappe teneva la bocca chiusa, le sue labbra serrate non si erano mosse. Ne ero certo, non gli avevo tolto gli occhi di dosso neppure un istante. Da dove veniva quella strana voce? Non saprei dirlo. E poi, Egnappe era una creatura umana o uno spirito? Non ero più sicuro di niente. Dopo tutto eravamo accanto a un tamarindo, la dimora degli spiriti, i piedi del nano erano nascosti dal pagne indaco, e tutti sanno che, anche se sono capaci di trasformarsi in esseri umani, gli spiriti non riescono mai a cambiare forma ai loro piedi, che non hanno dita ma zoccoli spaccati. Al momento di partire dal villaggio turistico, Saa Saa, l'unico interlocutore di Egnappe, ci aveva avvisati che una volta in sua presenza non ci saremmo dovuti stupire di niente. Malgrado l'avvertimento ero completamente stravolto, sopraffatto.
E il mio grande stupore, vi dico, aumentò quando udii l'eco della voce che veniva dal nulla. «Egnappe ricambia il saluto a voi ragazzi. Venite, il Maestro del mondo invisibile ci aspetta. Al mio richiamo manderà a prendere le vostre offerte. Seguitemi».
Con il suo passo saltellante e rapido il nano, con il corno di antilope sempre puntato al cielo, ci condusse all'ombra del tamarindo. La voce ordinò di tenere i bianchi dietro il tronco dell'albero. I turisti avevano gli occhi fuori dalle orbite; oppressi dai bavagli, emettevano energici gemiti soffocati e incomprensibili. Le vene della fronte pulsavano per lo sforzo. Sokola li spinse minacciandoli con l'arma e tornò accanto a noi. Egnappe tracciò sul suolo un grande cerchio con la punta del corno, che sollevò di nuovo al disopra del capo, e la voce ci ordinò di sedere al centro, uno accanto all'altro, con le spalle all'ingresso della caverna. Quando fummo seduti il nano entrò nella cavità del tronco, per poi uscirne immediatamente con una ciotola tenuta in equilibrio sulla punta affilata del corno. Posò il recipiente di terracotta ai nostri piedi.
Quando il nano puntò il corno verso il cielo, la voce si fece udire ancora.
«Bevete uno per volta sette sorsi della pozione contenuta nella ciotola, prendete sette radici e masticatele senza ingoiarle».
L'acqua della ciotola dove maceravano piccole radici marroncine era di un colore rosso scuro e aveva un gusto vagamente simile a quello di una papaia matura, leggermente acido, tutt'altro che sgradevole. Anche le radici non erano male; avevano un sapore pepato e la consistenza del chewing-gum.
Conclusa l'intera operazione, Egnappe riprese la ciotola con la punta del corno, la portò di nuovo nella cavità, ne uscì e si appoggiò al tronco. La voce ordinò che venissero condotti i turisti. L'ex militare andò a prenderli e li fece sedere di fronte a noi.
Ancora una volta Egnappe levò il corno. Questa volta, al posto della voce si udì un suono altrettanto strano, monocorde, persistente, avvolgente...
Erano forse i sorsi di liquido rosso che avevo buttato giù, o il chewing-gum pepato che stavo masticando, o ancora il suono avvolgente che echeggiava, oppure tutte queste cose insieme? Il mio corpo era invaso da un profondo intorpidimento, le gambe e le braccia mi formicolavano. Una sensazione di ubriachezza grandiosa, straordinaria, come quella che si ottiene mischiando marijuana, pasticche e alcol, mi dava una voglia matta di ronfare, mi appesantiva le palpebre e faceva girare lentamente la terra attorno a me. Mi sentivo leggero, euforico. Come non mi era mai accaduto in tutta la vita.
Il suono del corno di antilope echeggiava ancora.
Di colpo si sentì un fruscio tra i cespugli che circondavano la radura; i rametti e le foglie si appiattirono, lasciando passare quattro boa. Giganteschi, lunghi almeno cinque metri, grossi come le cosce di un lottatore.
I serpenti si diressero silenziosamente verso il tamarindo strisciando e ondeggiando.
I bianchi, seduti di fronte a noi con i piedi che sfioravano i nostri, non si accorsero di nulla. Fu Martine, la cicciona bruna seduta davanti a me, a vedere i rettili quando entrarono nel cerchio. I suoi gemiti soffocati aumentarono, diede qualche spinta al marito accanto a lei e riuscì ad attirare l'attenzione dei suoi compagni. Mentre questi ultimi si voltavano, i boa si sollevarono e con un unico movimento si avventarono su di loro. Le quattro bocche spalancate si richiusero ognuna sulla testa di un turista, con uno scricchiolio secco provocato dall'esplosione della scatola cranica. Indietreggiando, con i muscoli tesi per trattenere i corpi degli sfortunati bianchi scossi da violente contorsioni, i cui arti inferiori si agitavano in aria, sbattevano a terra e sfregavano sul suolo, i boa trascinarono le loro prede e sparirono tra i cespugli da cui erano venuti. In quello stesso istante il suono monocorde cessò. Violente raffiche di vento iniziarono a soffiare in un vortice. Di colpo tutto si fece scuro come in una profonda notte d'inverno. Non vedevo più i miei compagni. Le raffiche mi trascinarono nel loro movimento, non toccavo più il suolo, stavo levitando, fluttuavo come un ramoscello di kapok trasportato in aria da un soffio di vento.
Di nuovo l'eco della voce cavernosa trafisse il buio.
Sentii chiaramente il mio nome.
«Amuyaakar Ndooy!».
Senza aprire bocca, muto come un pesce, la mia voce rispose:
«Sono qui».
«Sei arrivato nel mondo invisibile. Hai portato la tua offerta, e ciò che sei venuto a chiedere ti verrà dato. Da molto tempo la regione è in tumulto, e lo sarà ancora di più e a lungo. Coloro che hanno provocato le ostilità hanno offeso i demoni. Le forze del male sono state risvegliate e si sono scatenate. La morte regnerà per anni e anni nelle città, nei villaggi, nei campi e nelle risaie, sui sentieri della foresta, nei fiumi e nel mare. Ovunque ci saranno lacrime e lutto. Villaggi interi verranno distrutti, incendiati e abbandonati, gli abitanti costretti a fuggire. Le genti si uccideranno tra loro, il sangue di molti uomini, donne e bambini scorrerà a fiumi...».
Mentre la voce elencava queste calamità, davanti ai miei occhi le immagini scorrevano nitide nell'oscurità, come un reportage televisivo in un paese in guerra.
«In tutto questo tempo tu, la tua famiglia e i tuoi affari sarete sotto la protezione assoluta del Maestro del mondo invisibile. Fino al momento in cui egli stesso riterrà che l'offerta che hai portato avrà cessato di pagare la protezione e la prosperità dei tuoi affari».
«Da cosa capirò che quel momento sarà arrivato?».
«Un giorno lontano, il gatto raccolto ancora piccolo da uno dei tuoi figli non ancora nati, che crescerà nella tua casa e imparerà a conoscerne gli angoli più segreti, morirà di morte violenta. Sarà il segno che la protezione del Maestro del mondo invisibile sarà giunta a termine. Quella stessa mattina, nello stesso luogo dove il gatto sarà morto, ucciderai un caprone nero e lo taglierai a metà. La parte del corpo esposta all'aria verrà donata alla prima persona in visita a casa tua, la parte adagiata al suolo dovrà essere mangiata in famiglia. Se così non farai, le forze del male prenderanno possesso di te. Un altro segno ti rammenterà la tua dimenticanza. Una volta tornati a casa, tu e i tuoi compagni vi separerete, non vi incontrerete mai più tutti assieme fino a quando durerà la protezione del Maestro invisibile. La notte in cui sarete di nuovo riuniti capirai di non essere più protetto. Allora ricordati del caprone nero che devi uccidere per neutralizzare le forze del male».
«Non lo dimenticherò».
«Niente è al riparo dall'oblio, così è la natura umana. La giornata di oggi e tutti gli eventi che hai vissuto verranno cancellati per sempre dalla tua memoria, affinché tu non impazzisca».
La voce tacque, il buio si dissipò, le raffiche di vento cessarono. Non ero più nella radura con il tamarindo gigante, ma nella piroga, in compagnia di Saa Saa, Jombiku e Sokola, accanto alla banchina del villaggio turistico. Il sole era scomparso dietro la fila delle mangrovie, incendiando con i suoi ultimi raggi il cielo senza nuvole. Era il crepuscolo. L'ex militare e Saa Saa scesero dall'imbarcazione. Io e Jombiku proseguimmo alla volta di Kéréwane.
L'affluente del fiume era lontano dal villaggio. Trascinammo la piroga in secca sull'argine. Il colosso lasciò lì il motore e ci incamminammo nel sentiero che si snodava nella foresta. La notte era limpidissima, una luna rotonda si pavoneggiava nel firmamento, una leggera brezza faceva danzare le foglie degli alberi. Il tempo era mite.
Arrivammo al villaggio in silenzio. Raggiunsi la mia stanza e m'infilai a letto. Ero profondamente turbato. All'improvviso cominciai a tremare dalla testa ai piedi, sentii il cuore battere all'impazzata e i capelli drizzarsi sulla testa vuota. Subito dopo scivolai in un sonno profondo.
Partecipa alla serata del
.1 giugno






Musica di
.Rocco De Rosa


 
Note
Traduzione di Barbara Ferri, su gentile concessione di Edizioni e/o
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