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Loitering with intent: the subversive power of imagination  Texto en idioma original 
.Azar Nafisi
Vorrei aprire questo incontro con una citazione da Vladimir Nabokov: «I lettori nascono liberi e liberi dovrebbero restare!». Siamo abituati a celebrare gli scrittori e la loro libertà di espressione, e quando in molti paesi i loro diritti vengono minacciati o addirittura negati c'è sempre qualcuno che protesta e dà voce alla propria indignazione. E tuttavia voglio chiedervi: che ne è dei milioni di lettori di tutto il mondo, e del loro diritto di immaginare e realizzare il tipo di vita che desiderano vivere? E della libertà di leggere i libri che vogliono? E del diritto di esprimere le proprie emozioni e reazioni a quei libri in pubblico, senza timore di censure? E i libri potrebbero sopravvivere senza lettori sempre nuovi? I libri, proprio come i fiori di serra, appassiscono se non vengono adeguatamente nutriti e curati, e hanno bisogno di essere letti e interpretati da lettori diversi e con punti di vista diversi, e che vivono in tempi e luoghi diversi. Dunque, stasera, vorrei parlarvi come scrittrice e come lettrice, e vorrei celebrare insieme a voi non solo gli scrittori e l'atto della scrittura, ma anche i lettori e l'atto della lettura.
Ciò che unisce lo scrittore ai propri lettori è il fatto che oltre a quella che siamo abituati a chiamare «realtà», essi condividono, come dice Nabokov, «la sensazione di trovarsi in qualche modo, da qualche parte, in rapporto con un altro stato dell'essere dove è l'arte (la curiosità, la tenerezza, la gentilezza, l'estasi) a dettar legge». Questo «in qualche modo, da qualche parte» potremmo chiamarlo la Repubblica dell'Immaginazione, un altro mondo, parallelo a quello reale. La chiave per entrarci è la curiosità, il desiderio incessante di sapere, la voglia indefinibile di lasciarsi alle spalle la banalità della vita quotidiana, che non si mette né viene messa in discussione, al sicuro nelle sue abitudini e nelle sue aspettative preconfezionate. Scriviamo e leggiamo non perché già sappiamo, non per riaffermare la validità delle nostre abitudini e delle nostre aspettative, ma perché siamo in cerca di ciò che non conosciamo, di ciò che è pericolosamente nuovo e imprevedibile.
Dunque, la chiave per una genuina comprensione di ciò che non conosciamo di noi e degli altri è la curiosità; spesso, questa nuova consapevolezza genera benevolenza e compassione, un senso inedito di tenerezza e gentilezza verso chi ci circonda. Nessun sermone, nessuna forma di correttezza politica può sostituire la profonda empatia che nasce dall'immaginazione, quando questa ci fa vivere le esperienze di altre persone e ci apre gli occhi su idee e punti di vista di cui ignoravamo l'esistenza. Ed è questo processo di allontanamento dall'abitudine, di scoperta del magico nel quotidiano, dell'ordinario a offrirci un mondo nuovo di zecca, ripulito, e porta con sé quell'estasi così speciale che solo una grande opera di immaginazione può regalare. Così, la ricerca della conoscenza diventa qualcosa di rischioso per come stuzzica il nostro senso di ribellione, quel desiderio invincibile che rovescia tutte le convenzioni e trasforma qualunque affermazione in un punto interrogativo, e ci ricorda la frase di Nabokov secondo cui «la curiosità è insubordinazione allo stato puro».
Stasera, dunque, vorrei celebrare il fatto di trovarmi in questo paese, e in questa città che tanto spesso ho già visitato con la fantasia; in mezzo a persone che non parlano la mia lingua, ma con cui condivido un linguaggio comune e universale che sfida i confini e le frontiere. Questa Italia vera e reale dove mi trovo oggi sarà sempre legata nella mia mente e nel mio cuore a quell'altra così piena di magia che ho scoperto per la prima volta grazie ai prodigi dell'immaginazione, nei film, nei romanzi, nell'arte e nella musica. Da bambina, Alberto Sordi, Vittorio De Sica, Marcello Mastroianni, Sophia Loren e Gina Lollobrigida non mi erano meno noti dei loro omologhi iraniani. In seguito, una schiera di registi con i nomi che quasi per magia finivano tutti con la stessa vocale, la «i», lasciò un'impronta profonda sulle mie idee e i miei ideali: Fellini, Antonioni, Pasolini, Rossellini, Minnelli, Bertolucci. Alcuni decenni dopo, quando qualcuno decise di cambiare il nome del mio paese da Iran a Repubblica islamica dell'Iran e parecchi cinema dove avevo visto quei film furono chiusi o incendiati, per otto anni di guerra, tra un oscuramento e l'altro, tra gli urli delle sirene e il fragore delle bombe, ho continuato a guardare con amici e parenti le videocassette proibite dei vecchi film della mia infanzia e della mia gioventù, insieme a quelli più recenti che venivano introdotti clandestinamente in Iran. Quante volte, e in quanti soggiorni pieni di amici e semplici conoscenti ho visto Nuovo cinema Paradiso, e mi sono commossa senza pudori vedendo tutti quei baci censurati che toccavano il cuore anche dei meno romantici fra noi. Così, i colori di Tiziano, Caravaggio e Leonardo sono entrati a far parte delle luci e delle ombre dei miei sogni; e mi ricordavo le arie delle opere di Verdi come se fossero state scritte nella mia lingua.
E poi c'era l'Italia che prendeva forma grazie all'immaginazione di scrittori e poeti, italiani e stranieri. Prima ancora di vedere i quadri di Filippo Lippi e Andrea Del Sarto li ho scoperti nelle poesie di Robert Browning, ed ero già stata a Roma, a Napoli, a Venezia e a Trieste grazie ai racconti di James, Mann, Moravia, Ginzburg, e di tutti quegli scrittori italiani con i nomi che finivano con la «o»: Eco, Calvino e il mio amatissimo Italo Svevo, di cui ero riuscita a scovare La coscienza di Zeno in una libreria dell'usato di Teheran. L'altro giorno, in mezzo ai quaderni che avevo portato con me negli Stati Uniti dalla Repubblica islamica ho ritrovato un pezzetto di carta dove avevo annotato una citazione da Primo Levi; i suoi libri, con tutta la loro saggezza, mi hanno aiutato a superare alcuni dei momenti più difficili e disperati della mia vita sotto il regime islamico. Levi ci ricorda che, siccome la vita nel campo di concentramento riduce l'uomo a una bestia, «noi bestie non dobbiamo diventare - e che per vivere è importante sforzarci di salvare almeno lo scheletro, l'impalcatura, la forma della civiltà». Ho visitato anche tanti altri paesi, la Francia, la Russia, l'Inghilterra, l'America, l'Egitto e la Turchia. Così, fin dalla prima infanzia ho avuto in mente la mappa di un mondo che non aveva confini geografici, ed era popolato da uomini come Dante, Racine, Shakespeare, Boccaccio, Goethe, Tolstoj e Hafiz. Sono stati quel mondo e i suoi illustri abitanti, quella pluralità di lingue, colori e leggi a farmi capire per la prima volta quanto la creazione e la salvaguardia di una vera democrazia dipendano da ciò che potremmo chiamare un'immaginazione democratica.

Stasera vorrei raccontarvi una storia che prende spunto dalle mie esperienze nei due mondi che chiamiamo «reale» e «fittizio». Con questa storia spero di riuscire a parlarvi dei modi in cui realtà e finzione interagiscono mentre ciascuna sconvolge, modella e trasforma l'altra: di come l'immaginazione possa avvicinare culture e realtà diverse, e quindi di come la mia Teheran si possa collegare alla vostra Roma. Per ragioni di tempo mi concentrerò su un unico libro, Lolita, e vi spiegherò come Lolita abbia influenzato la nostra realtà a Teheran, e di come Teheran abbia dato al libro un significato nuovo, trasformandolo in un'altra Lolita, la nostra. Devo chiedervi soltanto, come faccio con i lettori nel mio libro, di fare uno sforzo di immaginazione, perché ogni testo ha bisogno tanto dell'immaginazione dello scrittore, che deve creare un suo mondo unico e speciale, quanto di quella del lettore, perché quel mondo possa essere visto e tenuto in vita.
La storia che voglio raccontarvi comincia all'aeroporto di Teheran alcuni decenni fa, quando a tredici anni fui mandata a studiare in Inghilterra. Molti degli amici e parenti che erano là quel giorno si ricorderanno di me come della bambina viziata che scappava per l'aeroporto e strillava che non voleva partire. Dall'istante in cui finalmente riuscirono ad acchiapparmi, mi sistemarono sull'aereo e chiusero il portellone, l'idea del ritorno, di «casa», dell'Iran si trasformò in una vera ossessione che si impadronì delle mie giornate come dei miei sogni. Fu la prima lezione che ebbi sulla provvisorietà e l'incostanza della vita. L'unico modo che avevo per ritrovare la mia Teheran perduta e sfuggente era affidarmi ai ricordi e a qualche libro di poesia che avevo portato da casa. In quelle notti tristi, nella piccola città umida e grigia di Lancaster, mi infilavo sotto le coperte con la borsa dell'acqua calda e aprivo a caso uno dei tre libri che avevo sul comodino: Hafiz, Rumi e una poetessa persiana contemporanea, Forugh Farokhzad. Leggevo fino a tardi - un'abitudine che non ho mai perso - e mi addormentavo con le parole che mi fluttuavano intorno, come i profumi di un vecchio negozio di spezie, e riportavano in vita la mia perduta e mai dimenticata Teheran.
Allora non sapevo che in quel modo mi stavo già costruendo una nuova casa, una casa portatile, che nessuno avrebbe potuto togliermi. E ancora una volta imparai a conoscerla e ad amarla leggendo e frequentando Dickens, Jane Austen, le Brontë e ovviamente Shakespeare, che incontrai subito il primo giorno di scuola. La prima cosa che lessi fu Molto rumore per nulla; sento ancora il brivido di quelle parole che mi scende lungo la schiena. Alcune decine di anni dopo provai lo stesso brivido quando mia figlia Negar, che aveva più o meno la mia età di allora, ed era al secondo anno di esilio negli Stati Uniti, tornò a casa tutta eccitata, e quasi gridando «Mamma, senti queste parole!», mi lesse un verso da Romeo e Giulietta: «Essa è troppo bella, troppo saggia, troppo saggiamente bella». Due pensieri mi attraversarono la mente, quasi nello stesso istante: per quell'essere troppo saggia, troppo saggiamente bella, era proprio giusto che Rosalinda venisse dimenticata e invece Giulietta, che rischiava la follia dell'amore, si guadagnasse l'immortalità. Il mio secondo pensiero fu che, grazie al cielo, mia figlia era a posto: aveva trovato la sua nuova casa!
Certo, allora le idee non erano chiare come adesso. La mia esistenza in molti paesi ha ruotato intorno all'idea del ritorno e della casa. Ho imposto il mio Iran perduto su tutti i momenti della mia vita, mi sono perfino trasferita per un semestre nel New Mexico, perché quelle montagne e i colori sfumati di quelle notti stellate mi ricordavano l'Iran. Alla fine dell'estate del 1979, due giorni dopo aver discusso la tesi, ero già su un aereo, diretta prima a Parigi e poi a Teheran. Appena atterrai all'aeroporto di Teheran, però, mi resi conto che quella non era più casa mia. E in fondo, forse, è giusto così; sarebbe meglio non sentirsi mai troppo a casa, troppo a nostro agio, troppo soddisfatti. Ricordo sempre le parole di Adorno, per il quale «la forma più alta di moralità è non sentirsi a casa a casa propria». E, naturalmente, è proprio quello che succede con le grandi opere dell'immaginazione: ci rendono inquieti, ci destabilizzano, mettono in discussione tutte le nostre idee e formule preconcette. Se mi sono trasformata in un punto interrogativo, se non mi sento mai a casa, e per tante altre cose, devo ringraziare la Repubblica islamica dell'Iran.
Ma a Teheran non mi sentivo più a casa per un altro motivo: non era tanto che mi destabilizzasse costringendomi a ridefinire cose già note, ma perché mi imponeva le proprie, trasformandomi in una sorta di entità aliena. Un nuovo regime aveva usurpato il potere in nome del mio paese, della mia religione e delle mie tradizioni, e sosteneva che il mio aspetto, il modo in cui mi comportavo, quello in cui credevo e ciò che desideravo in qualità di essere umano, donna, scrittrice, insegnante erano tutte cose estranee, che non appartenevano più a quella casa.
Nell'autunno del 1979 insegnavo Huckleberry Finn e Il grande Gatsby in una grande aula al secondo piano dell'Università di Teheran, senza accorgermi di quanto fosse paradossale che, in cortile, studenti islamici e di sinistra stessero gridando «Morte all'America», e che a poche strade di distanza l'ambasciata americana fosse assediata da un gruppo di sedicenti «Studenti sulla via dell'imam». L'imam era Khomeini, che in nome dell'Islam aveva dichiarato guerra all'Occidente pagano e ai suoi collaborazionisti nel paese. Non era una guerra puramente religiosa: il fondamentalismo predicato da Khomeini si fondava tanto sulla religione quanto su comunismo e fascismo, ideologie nate in Occidente. E i suoi bersagli non erano soltanto politici; con l'appoggio dei radicali di sinistra si era imbarcato in una sanguinosa crociata contro alcuni capisaldi dell'imperialismo occidentale: i diritti delle donne e delle minoranze, le libertà culturali e individuali.
Se la questione dei diritti umani, dei diritti delle donne, della cultura è diventata il fulcro della lotta per la libertà e la democrazia in quello che chiamiamo il mondo musulmano, è perché sono proprio quei diritti il bersaglio principale dei fondamentalisti islamici, che si trovino al potere in Iran, in Arabia Saudita, in Afghanistan, in Indonesia o in Iraq. Attaccano quella che chiamano «cultura occidentale» proprio come hanno fatto i comunisti prima di loro. Sono stati i guardiani della Repubblica islamica dell'Iran a concepire l'impianto ideologico che oggi tutti conoscono come «fondamentalismo islamico». Per questo capire la Rivoluzione islamica dell'Iran, la sua evoluzione e il suo fallimento è tanto importante per comprendere il fondamentalismo.
La prima iniziativa del regime, prima ancora di emanare la nuova costituzione o di nominare il nuovo Parlamento, fu l'abrogazione della legge per la protezione della famiglia che dal 1967 aiutava le donne a trovare un lavoro fuori dal paese e assicurava loro maggiori diritti nell'ambito del matrimonio. Al suo posto tornò in vigore la legge tradizionale islamica, la Sharia. In un sol colpo i nuovi governanti avevano riportato indietro l'Iran di quasi un secolo. In ossequio alle nuove norme, l'età del consenso per le ragazze passò da diciotto a nove anni. La poligamia diventò legale, e così i matrimoni temporanei; un uomo poteva sposare quante donne voleva, firmando un contratto con cui le affittava per un periodo che andava da cinque minuti a novantanove anni. Le adultere e le prostitute, adesso, potevano essere lapidate.
L'ayatollah Khomeini giustificò quelle decisioni sostenendo che in realtà in quel modo restituiva alle donne la loro dignità, e le salvava dalle idee pericolose e degradanti che gli occidentali e i collaborazionisti avevano loro imposto. La battaglia contro i diritti delle donne diventò un fattore cruciale nella guerra contro i diritti umani, le libertà culturali e i diritti delle minoranze, tutte cose che facevano parte della cospirazione occidentale per distruggere la cultura e le tradizioni dell'Iran.
Sostenendo questa posizione, il regime non solo derubava il popolo iraniano dei suoi diritti, ma gli sottraeva anche il suo passato. La vera storia della modernizzazione dell'Iran, infatti, non era quella di una forza estranea che imponeva idee e principi dall'esterno, e nemmeno - come sostengono certi oppositori del regime - quella di uno scià benevolo che aveva concesso una serie di diritti ai suoi sudditi. Fin dalla metà dell'Ottocento, infatti, in Iran era iniziato un processo di trasformazione che aveva fatto tremare le fondamenta stesse del dispotismo, sia politico sia religioso. Ampi settori della popolazione - intellettuali, minoranze, religiosi, persone qualunque e donne illuminate - avevano partecipato attivamente al movimento per le riforme che aveva portato prima alla Rivoluzione costituente del 1906 e in seguito a una nuova costituzione sul modello di quella belga.
Le donne iraniane e le loro coraggiose lotte per i diritti diventarono la prova più evidente della trasformazione in corso. Scrive Morgan Shuster - un'americana che era vissuta in Iran - in un libro del 1912, Lo strangolamento della Persia: «Dal 1907, le donne persiane sono diventate in un batter d'occhio tra le più progressiste, per non dire radicali, del mondo. Che questa affermazione sconvolga credenze secolari non cambia nulla. È la pura realtà».
Nel 1979, quando scoppiò la Rivoluzione islamica, le donne iraniane erano attive in tutti i settori della società. Il numero di ragazze che andavano a scuola era in continua crescita. Nella prima metà degli anni Settanta il numero di quelle che facevano domanda per iscriversi all'università era aumentato di sette volte. Le donne erano incoraggiate a intraprendere carriere che fino a quel momento erano state loro precluse attraverso un sistema di quote che riservava un trattamento preferenziale alle ragazze che ne avessero i titoli. Ricercatrici, agenti di polizia, giudici, piloti e ingegneri - le donne erano attive in ogni campo, tranne quello religioso. Nel 1978, 333 candidate su 1660 per gli enti locali erano donne. Altre ventidue furono elette in Parlamento, di cui due al Senato. Avevamo un ministro donna e tre sottosegretarie, ovvero i funzionari di secondo grado più elevati nei ministeri del Lavoro, delle Miniere e delle Industrie, oltre a un governatore, un ambasciatore e cinque sindaci.
Quando decisero di denunciare il precedente regime, molte donne lo fecero per chiedere ancora più diritti, non certo meno. Erano abbastanza evolute per pensare a una forma di governo più democratica, con pieno diritto di partecipazione alla vita politica. Fin dall'inizio, quando gli islamisti tentarono di imporre le vecchie leggi a sfavore delle donne, ci furono enormi manifestazioni in cui a centinaia di migliaia esse si riversarono per le strade di Teheran in segno di protesta. Quando poi Khomeini annunciò l'obbligo del velo le donne tornarono in piazza in massa, al grido di «La libertà non è occidentale né orientale, è globale» e «Abbasso i reazionari! Condanniamo ogni forma di tirannia!». Ben presto quelle proteste si diffusero e portarono a una gigantesca manifestazione davanti al ministero della Giustizia, durante la quale fu distribuito un manifesto in otto punti che tra l'altro chiedeva la fine della discriminazione sessuale sia in pubblico che in privato, e la garanzia delle libertà fondamentali tanto per gli uomini quanto per le donne. Il documento chiedeva anche che «la decisione sui vestiti da indossare, influenzata che sia dalla tradizione, dall'abitudine o dalle diverse necessità climatiche, venga lasciata alle donne».
Le donne furono attaccate dai gorilla del regime con coltelli e forbici, venne gettato loro in faccia dell'acido, eppure non cedettero, anzi fu il regime a tirarsi indietro, almeno per un po'. In seguito, il velo diventò obbligatorio prima sul luogo di lavoro, poi nei negozi e infine in tutte le occasioni pubbliche. Per far rispettare le nuove norme il regime creò uno speciale reparto della buoncostume, il «Sangue di Dio», che pattugliava le strade di Teheran e delle altre città in cerca di cittadini colpevoli di «crimini contro la morale». Le guardie potevano irrompere nelle case private, nei centri commerciali e in ogni altro spazio pubblico, per sequestrare musica o videocassette, bevande alcoliche, sciogliere i raduni misti e punire le donne senza velo o con il velo indossato in maniera impropria.
L'imposizione del velo, come le ferree regole sul vestiario in vigore nella Cina comunista, rappresentava un altro tentativo di uniformare la società con la forza, limitando la libertà individuale e quella religiosa; di sicuro non era, come dicevano, una forma di rispetto per le tradizioni e la cultura. Imponendo un'unica interpretazione della religione a tutti i cittadini, il regime toglieva loro la libertà di onorare il proprio dio nel modo che ritenevano più appropriato. Molte donne che portavano il velo, come mia nonna, lo facevano in ossequio alle proprie convinzioni religiose; molte altre che avevano scelto di non indossarlo ma si ritenevano delle buone musulmane, come mia madre, adesso venivano trattate alla stregua di infedeli. Il velo insomma non rappresentava più la religione, ma lo Stato, e quindi non soltanto gli atei, i cristiani, gli ebrei, i baha'i e i fedeli delle altre religioni furono privati dei loro diritti, ma anche le donne musulmane che adesso consideravano il velo più un simbolo politico che un modo per esprimere la loro fede.
Altre libertà furono progressivamente limitate: l'attacco alla libertà di stampa si accompagnò alla censura di parecchi libri - comprese le opere di alcuni tra i più conosciuti poeti e scrittori iraniani, classici e moderni -, alla messa al bando della danza, delle cantanti, di quasi tutti i generi musicali, dei film e di altre forme d'arte, e alle aggressioni sistematiche contro gli intellettuali e gli accademici che protestavano contro quella nuova forma di oppressione. Nella versione russa di Amleto il personaggio di Ofelia fu rimosso dalla maggior parte delle scene in cui compariva, e nell'Otello di Sir Laurence Olivier le parti di Desdemona furono tagliate da quasi tutto il film, come del resto successe al suicidio di Otello, che secondo i censori rischiava di avere un effetto troppo demoralizzante sulle masse! Nella versione sovietica del Lago dei cigni la morte del cigno fu censurata per lo stesso motivo. A quanto pareva, le masse iraniane dovevano essere piuttosto bizzarre, visto che per loro era peggio assistere alla morte di un personaggio immaginario sullo schermo che essere lapidate o fustigate a morte! Le studentesse venivano rimproverate quando ridevano, se correvano dentro la scuola, oppure se portavano stringhe o braccialetti colorati; Olivia scomparve quasi del tutto dai cartoni animati di Braccio di ferro perché i due avevano una relazione illecita.
Di conseguenza, i cittadini iraniani - uomini e donne - cominciarono a sentire ogni giorno tutto il peso dell'intervento diretto dello Stato nelle loro faccende private, Stato che non si limitava a punire i criminali che minacciavano la vita e la sicurezza della popolazione, ma era lì per controllare che la gente non si mettesse lo smalto alle unghie, le Reebok o il rossetto, e che i ragazzi e le ragazze non si mostrassero insieme in pubblico; in breve, ciò che lo Stato voleva contrastare e sequestrare erano i diritti civili e individuali di tutto il popolo dell'Iran.
La fatwa che l'ayatollah Khomeini pronunciò contro Salman Rushdie non rappresentava una scissione tra l'Islam e l'Occidente, come qualcuno sostenne nei paesi musulmani e in Occidente. Mostrava invece quanto fosse pericolosa l'immaginazione per la mentalità totalitaria, che non riesce a tollerare l'ironia, l'ambiguità e l'irriverenza. Come ha scritto Carlos Fuentes, l'ayatollah aveva pronunciato la sua fatwa non solo contro uno scrittore in particolare, ma anche contro la forma stessa del romanzo, che dà voce a una molteplicità di punti di vista diversi e a volte opposti, in un rapporto di dialogo critico e scambio reciproco, senza che una voce distrugga o elimini l'altra. Esiste forse una sovversione più pericolosa di questa democrazia delle voci?

Ora sapete perché Lolita assuma un particolare significato per quelle tra noi che l'hanno letto a Teheran. Secondo i custodi della moralità della Repubblica islamica, Lolita o Madame Bovary sono libri moralmente corrotti, di cattivo esempio per i lettori, e inducono ad azioni immorali. Non riuscivano a distinguere tra realtà e immaginazione, e cercavano di imporre la propria idea della verità sulla vita quotidiana come sulla letteratura. Noi non leggiamo Lolita per saperne di più della pedofilia, come non decidiamo di andare a vivere sugli alberi dopo aver letto Il barone rampante di Calvino o diventiamo pescatori provetti dopo Il vecchio e il mare di Hemingway. Non dovremmo leggere per trasformare grandi opere di narrativa in repliche approssimative della nostra realtà, ma per il puro, sensuale e genuino piacere di leggere. E se ci riusciamo, otteniamo in premio la scoperta dei molteplici livelli di queste opere, per cui esse non si limitano a riflettere la realtà ma ne svelano la verità. È ovvio che Humbert non era l'ayatollah e che noi non eravamo Lolita, né la Repubblica islamica era il principato sul mare sognato da Humbert. Lolita non era una critica alla Repubblica islamica, eppure andava contro l'essenza stessa della mentalità totalitaria.
Lolita non è la celebrazione dell'amore di un pedofilo per una ragazzina. Fin dalla prima pagina del romanzo, Humbert ci fa sapere che Lolita aveva un antecedente: Annabel Lee, una ragazza di cui si era innamorato a tredici anni; lei era morta prima che il loro amore fosse consumato, e lui adesso era ossessionato dalle ragazze dell'età di Annabel, e per questo imponeva il sogno del suo amore defunto alla realtà viva di Lolita. Il crimine più grave di Humbert è proprio la prepotenza, il tentativo di trasformare Lolita nell'immagine speculare del suo perduto amore. Commettendo questo crimine Humbert priva Lolita della sua infanzia, di quelle esperienze solo apparentemente banali di cui ogni ragazza ha il diritto di godere: un genitore che si prenda cura di lei, innamorarsi e stare mano nella mano con un ragazzo, andare alle feste, partecipare alle attività della scuola. Non sapremo mai che tipo di persona poteva diventare Lolita, perché Humbert le porta via qualunque possibilità di futuro, impedisce alle sue potenzialità di sbocciare.
Allo stesso modo, l'oligarchia al potere in Iran cercava di imporre il frutto della propria immaginazione sulle nostre vite. Le mie studentesse non potevano gustare nemmeno i più semplici piaceri della vita, quella che una di loro, Yassi, chiamava la «lista nera» delle piccole cose che gli altri avevano a disposizione: per esempio sentire il sole sulla pelle o il vento tra i capelli. Come Lolita, anche noi ci sentivamo in trappola, succubi dei nostri carcerieri. La prima notte in cui la violenta, Humbert ci racconta che Lolita fugge di corsa dalla camera, ma è costretta a tornare da lui, e a piangere sulla spalla del suo violentatore perché, «non c'era altro posto dove potesse andare». Contro le frustate, le perquisizioni e gli insulti che ogni giorno dovevano subire dai custodi della legge e della moralità, dove potevano andare a lamentarsi i cittadini iraniani? E anche noi, come Lolita - ed era la cosa peggiore di tutte - finivamo per sentirci in colpa, come fossimo complici dei crimini che venivano commessi contro di noi. Il semplice gesto di uscire di casa ogni giorno diventò una bugia colpevole e complicata, perché significava mettere il velo e trasformarsi così nell'immagine di un'estranea, come lo Stato ci richiedeva.
Per negare tutto questo, per sfuggire a quell'immagine, a quella bugia obbligatoria che cominciava con il nostro aspetto esteriore e finiva per contaminare ogni istante della nostra vita, avevamo bisogno di ricreare noi stesse. Per ricostruire la nostra identità sequestrata, e salvare la nostra integrità individuale, dovevamo resistere all'oppressore usando le nostre risorse creative, allo stesso modo in cui Lolita sfuggiva e resisteva a Humbert. E dovevamo farlo rifiutando di far ricorso alle stesse armi e allo stesso linguaggio dei nostri oppressori. La resistenza, in Iran, è arrivata a nutrirsi non solo di violenti scontri, non solo di proteste e rivendicazioni politiche, ma anche del rifiuto di adeguarsi da parte dei singoli individui, che chiedono di essere rispettati e riconosciuti, chiunque siano, e rifiutano di essere trasformati in un prodotto dell'immaginazione del regime.
Per ironia della sorte, proprio le regole che erano state pensate per tenere i cittadini al guinzaglio divennero le armi con cui gli iraniani manifestavano il loro dissenso e la loro volontà di resistere. Questo perché la rivoluzione aveva tramutato le strade di Teheran e di altre città in un terreno di scontro culturale, dove le persone venivano sottoposte a perquisizioni e punizioni non perché nascondessero armi o esplosivi, ma ordigni assai più mortali: un rossetto, un ciuffo di capelli, una stringa colorata, occhiali da sole alla moda. Con le sue irruzioni nelle case - e gli arresti, le frustate e il carcere perché si dava una festa, o per la detenzione di videocassette proibite o alcol - il regime aveva trasformato in soggetti politici non solo l'élite dei dissidenti, ma ogni cittadino. Le persone come me protestavano con forza non perché fossero politicizzate, ma perché volevano difendere la propria identità, la propria integrità di esseri umani, donne, scrittori, accademici - di normali cittadini che volevano vivere la loro vita.
I vecchi rivoluzionari - che nel 1979 avevano stigmatizzato ogni forma di modernismo e democrazia - adesso dovettero interrogarsi e mettere in discussione la loro ideologia. Questa verifica era diventata ancora più urgente perché sapevano bene quanto fossero rimasti isolati all'interno della popolazione, e quanto in fretta i loro ideali rivoluzionari avessero perduto credibilità. Nel giugno del 1989, un anno dopo la fine della guerra, l'imam era morto e li aveva lasciati soli con tutta la rabbia per i sogni irrealizzati e i desideri inespressi. Meno di dieci anni dopo la morte dell'ayatollah Khomeini, questi rivoluzionari illuminati - gli ex giovani veterani della guerra e della rivoluzione - chiedevano più libertà e diritti politici. Cominciarono a leggere Heinrich Böll, Milan Kundera e Scott Fitzgerald insieme a Hannah Arendt e Karl Popper.
La nuova generazione di iraniani, i «figli della rivoluzione» che nelle speranze dei fondamentalisti dovevano rimpiazzare le aspirazioni moderne dei loro genitori con altre assai più ferventi di ardore rivoluzionario, ha trasformato le strade di Teheran e di altre città in un campo di battaglia, e non con la protesta violenta, bensì rifiutando di adeguarsi: tenendosi per mano, o ascoltando il genere di musica che il regime condannava perché occidentale. Queste forme di resistenza si sono allargate fino a includere appassionati dibattiti sui diritti umani, sullo Stato laico e sulla democrazia in generale. Ora, nei primi anni del nuovo secolo, gli iraniani, e soprattutto gli iraniani giovani, i figli di chi una volta si era scagliato contro Gatsby, sono di nuovo scesi in strada per protestare contro il regime totalitario, e per chiedere maggiori libertà politiche, sociali e culturali, relazioni più aperte con il resto del mondo e una costituzione più laica. Gli slogan contro il Grande Satana sono stati sostituiti dalla protesta contro i despoti domestici.
L'Iran ci ricorda ancora una volta che il desiderio di libertà e il diritto a una vita migliore non sono certo monopolio dei paesi che si definiscono «occidentali», ma sono patrimonio di tutto il genere umano. Sostenere la lotta del popolo iraniano per una transizione pacifica verso la democrazia va a vantaggio di tutti coloro che credono nella democrazia e nella libertà. Non è forse vero che tutta la brutalità sofferta dal genere umano attraverso le epoche ci insegna che il fondamentalismo e il terrore, così come la democrazia e i diritti umani sono qualcosa di universale, e che la stabilità e la libertà di una parte del mondo non potrà essere assicurata se le stesse cose non vengono garantite alle altre?

Mi sono spesso domandata come mai nelle peggiori condizioni politiche e sociali, durante guerre e rivoluzioni, nelle prigioni e nei campi di concentramento, molte delle vittime cerchino conforto nelle opere dell'immaginazione. Ricordo che quasi dieci anni fa ascoltavo una mia ex studentessa appena scarcerata, che mi raccontava come lei e una delle sue compagne di cella, un'altra mia studentessa che si chiamava Razieh, si facessero forza rievocando a turno le discussioni che facevamo in aula e i libri che leggevamo, Henry James e Scott Fitzgerald. La mia studentessa mi disse, alla fine del suo racconto, che Razieh non era stata fortunata quanto lei; l'avevano giustiziata poco prima del suo rilascio. Da quel giorno non faccio che pensare ai luoghi dove questi libri che tanto amo hanno viaggiato, dalle biblioteche alle aule dell'università alle celle oscure del braccio della morte. Sappiamo bene che la letteratura non basta a salvarci dalle torture e dalla brutalità dei regimi tirannici, e nemmeno dalla banalità e dalla crudeltà della vita. James, lo scrittore preferito di Razieh, non l'ha salvata dalla morte, eppure la scelta che Razieh fece quando sembrava che il regime gliele avesse tolte tutte ci dà un certo senso di esultanza. Come molti altri prima di lei, Razieh si è riservata il diritto di scegliere l'atteggiamento con cui affrontare una morte brutale e immeritata. Rifiutò così di accettare la disumanità e la degradazione che i suoi carnefici volevano imporle, ricordando e rivivendo i momenti più felici ed elevati della sua vita; davanti alla morte, decise di celebrare ciò che le aveva dato significato e dignità. Quando si trovano a dover sottostare all'umiliazione estrema, alla sottrazione di tutto ciò che dà loro il senso del proprio valore e della propria integrità, molte persone si rivolgono istintivamente alle mete più alte raggiunte dalla razza umana, a tutto quanto fa appello al senso della bellezza, della memoria, dell'armonia, e celebra ciò che è umano, originale e unico, come le creazioni dell'immaginazione.
E abbiamo bisogno di scrivere di quegli avvenimenti, di raccontare quello che è successo a noi e agli altri per salvarci dalla disperazione, per ricordare a noi stessi e al mondo che abbiamo vissuto e per raccontare la vita attraverso i nostri occhi, e così recuperare tutto ciò che i tiranni hanno voluto sottrarci. Come scrisse una volta Tzvetan Todorov: «Soltanto l'assoluto oblio porta con sé la disperazione assoluta». Contro l'indecenza e la brutalità dei campi di concentramento, sulla soglia della morte e privi di qualsiasi diritto, uomini come Levi e Osip Mandel'Stam cercarono conforto nella poesia. Per Levi, ricordare i versi di Dante e insegnarli a un compagno di prigionia era diventato più importante della razione quotidiana di pane, e più tardi volle scrivere di quella sua esperienza per comprenderla a fondo e per «ridiventare uomo, uno come tutti». Perché scriviamo anche per entrare in contatto con altri che rivivranno le nostre esperienze più intime, e riaffermare così che facciamo parte della comunità universale degli esseri umani.
Ma c'è un altro aspetto, nella pratica della scrittura e della lettura: le grandi opere letterarie, nel momento stesso in cui esprimono il nostro senso di comunità, mettono in discussione i nostri presupposti e ci costringono a essere critici non solo verso gli altri, ma anche verso noi stessi. Lolita è un libro così sconvolgente non tanto perché Humbert lusinga e seduce Lolita - lei non si inganna mai su di lui, sa bene chi ha di fronte - quanto perché può lusingare e sedurre noi, i suoi lettori, quelli che chiama «Signore e Signori della giuria», e addirittura «fratello». Humbert non corrisponde alla nostra idea di mostro, e quello che ci turba di più nel suo racconto è il modo in cui presenta il suo crimine: con un linguaggio che quasi lo giustifica, lo rende bello, lo trasforma in un'esperienza estetica. È possibile che un uomo del genere sia un mostro? È possibile che tanta poesia serva a nascondere tanto male? Nabokov ci mette a disagio proprio perché ci mostra la verità che si nasconde dietro quella facciata.
E la verità è che i mostri, nella realtà come nella finzione, sono seducenti, e noi dobbiamo guardarci dalle loro arti. Hitler, Mussolini e Stalin erano capi carismatici che si servivano di mezze verità per imporre al mondo il loro volere. A milioni si sono lasciati ingannare da quei mostri, compresi i membri dell'élite che giustificava i loro crimini incolpandone le vittime. In Iran, i religiosi e i loro seguaci si presentano come uomini di Dio, e in nome suo incarcerano, uccidono e mutilano, e si riempiono la bocca di parole come spiritualità e religione. La misura di quanto valore diamo alla libertà e ai diritti umani sarà data da come sapremo comportarci con il regime e con le sue vittime, e da come sapremo smascherare gli oppressori invece di esserne sedotti.
Sono arrivata alla fine della mia storia, e vorrei concludere citando Italo Calvino, che ben sapeva la necessità per i singoli e le comunità di riflettere continuamente su se stessi, e di cambiare mediante l'empatia e la libertà che soltanto un'immaginazione democratica può assicurare: «... e lo sforzo per liberarsi e autodeterminarsi inteso come un dovere elementare, insieme a quello di liberare gli altri, anzi il non potersi liberare da soli, il liberarsi liberando; la fedeltà a un impegno e la purezza di cuore come virtù basilari che portano alla salvezza e al trionfo; la bellezza come segno di grazia, ma che può essere nascosta sotto spoglie d'umile bruttezza come un corpo di rana; e soprattutto la sostanza unitaria del tutto, uomini bestie piante cose, l'infinita possibilità di metamorfosi di ciò che esiste».

Italia, giugno 2004
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.15 junio






Música de
.Riccardo Biseo


 
Notas
Traduzione di Roberto Serrai, su gentile concessione di Adelphi.
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