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A Choice of Accommodations  Texto en idioma original 
.Jhumpa Lahiri
L'invito al matrimonio di Meredith Borden, che avrebbe avuto luogo alla Langford Academy, il collegio di cui era rettore il padre di Meredith, offriva agli ospiti un'ampia scelta di alloggi. Un buon albergo a un paio di miglia dal campus, il Canterbury Inn, e una lunga lista di motel e Bed & Breakfast disseminati nell'angolo di Western Massachusetts dove si trovava la scuola. In alternativa, si poteva dormire per venti dollari a testa in un pensionato dell'istituto, che sarebbe stato libero perché il matrimonio cadeva il primo sabato di agosto. Amit Biswas, che si era diplomato a Langford quasi vent'anni prima, riconobbe il nome del pensionato, Standish Hall. Non aveva alloggiato a Standish da studente ma lo ricordava chiaramente, oltre la cappella, lungo il vialetto che portava in biblioteca e al padiglione di scienze: un edificio in mattoni rossi, di tre o quattro piani, con porte e finestre dipinte di bianco, sobrio ma affascinante. Ricordava le stanze, ciascuna con un materasso su una brandina di metallo, una piccola scrivania sotto la finestra, una libreria a tre ripiani. Il termosifone scrostato in un angolo, il pavimento di legno pieno di graffi; uno spazio non più grande della camera della domestica nell'appartamento sull'Ottantottesima Strada dove abitava adesso, con la moglie Robin e le due figlie.
Amit non vedeva ragione di alloggiare nel pensionato della sua vecchia scuola, di richiedere una stanza con il letto a castello per sé e Robin nel cartoncino di risposta all'invito. Non provava alcuna nostalgia per Langford, e quando riceveva le lettere che sollecitavano il contributo degli ex allievi per le raccolte di fondi o lo invitavano ai raduni periodici, le buttava via senza aprirle. Non era rimasto in contatto con gli amici di Langford, e a parte una felpa con il nome della scuola vistosamente riprodotto sul petto, che si infilava di tanto in tanto per andare a correre in Central Park, non conservava legami con quei quattro anni della sua vita. Né lo sfiorava il pensiero di mandare lì le sue figlie, ora che Langford accoglieva sia maschi che femmine - di separarsi da loro, a quattordici anni, come avevano fatto i suoi genitori con lui. Gli unici ricordi piacevoli erano legati alla località; non tornava nei Berkshires da decenni, e Robin non c'era mai stata. Cercando il Canterbury Inn su internet, Amit vide che era dotato di piscina, campi da tennis, ristorante con cucina tipica del New England, e accesso a quello stesso lago circondato dai pini dove anni prima aveva imparato ad andare in canoa e kayak. Ne parlò con Robin, e decisero di lasciare le figlie a casa dei genitori di lei a Long Island e prenotare una camera al Canterbury Inn per le notti di sabato e domenica, cogliendo l'occasione del matrimonio di Meredith Borden per concedersi una piccola vacanza, loro due soli.

Dall'esterno l'albergo aveva un aspetto invitante, sembrava una vecchia locanda di montagna, rivestita di legno scuro, con il tetto a punta. Ma come entrarono nell'atrio Amit restò deluso: era privo di carattere, ridipinto a colori pastello, e la tappezzeria esibiva strani ghirigori grigiastri, come se qualcuno avesse provato ostinatamente a scaldare una penna per farla scrivere. Un espositore d'ottone sul bancone era colmo di opuscoli turistici sui Berkshires, e mentre Amit sbrigava le formalità alla reception Robin ne raccolse un mazzetto. Ora erano sparpagliati su uno dei due letti in camera loro. Robin ne teneva uno in mano, aperto su una cartina. «Dove siamo, esattamente?» chiese, scrutando la cartina, con il dito che puntava troppo a nord.
«Qui» rispose lui, indicando il paese. «Lì c'è il lago, vedi? Quello che assomiglia un po' a un coniglio.»
«Non riesco a vederlo» disse Robin, corrugando la fronte.
«Qui» disse Amit, prese il suo dito e lo guidò fino al punto preciso.
«No, volevo dire che non vedo nessuna somiglianza con un coniglio.»
Dopo la lunga guidata Amit avrebbe bevuto volentieri qualcosa. Ma non c'era minibar, e nemmeno il servizio in camera. La camera offriva ben poco a parte i due letti spaziosi con il copriletto marrone a fiori, e, sul lato opposto, un lungo ripiano basso con il televisore al centro. Sul comodino tra i due letti spiccava un cartoncino a piramide con l'elenco dei canali via cavo disponibili. L'unica caratteristica gradevole era il soffitto altissimo, spiovente. Eppure la stanza era buia; anche con le tende tirate da una parte, non si poteva fare a meno di accendere tutte le luci.
Amit aprì la finestra scorrevole e uscì sul balcone, una striscia sottile di cemento con due sedie di plastica. Un'ondata di caldo investiva il Nordest e l'aria era afosa persino in montagna, ma rispetto a New York City era meno opprimente, senza dubbio meno inquinata. Lo metteva a disagio il silenzio che c'era, niente vocette acute che si richiamano a vicenda, niente spiegazioni, raccomandazioni o sgridate da parte di Robin. Anche il viaggio in automobile era stato così, un silenzio inquietante per tutta la risalita delle Taconic, Robin appisolata, il sedile posteriore deserto benché lui continuasse a sbirciare dallo specchietto retrovisore, come se si aspettasse di vedere le faccette delle figlie che dormicchiavano, ridevano o masticavano bagels. Si lasciò andare su una sedia, che non era molto comoda. «Incredibile che chiedano duecentocinquanta dollari a notte per un posto del genere» commentò.
«È assurdo» concordò Robin, raggiungendolo. «Punteranno sul fatto che siamo lontani da tutto.»
Era vero, anche se lui non aveva la stessa impressione. Aveva capito subito, senza dover consultare la cartina, che percorso seguire una volta usciti dall'autostrada, da che parte fosse il paese. Ma in quell'albergo non era mai stato. I suoi genitori non vi avevano mai soggiornato nei fine settimana dedicati alle famiglie; quando Amit studiava a Langford abitavano dall'altra parte del mondo, a Nuova Delhi. Non erano neppure intervenuti alla cerimonia del diploma. Al loro posto si erano presentati certi amici bengalesi di Worcester, che l'avevano portato a casa loro con tutti i suoi bagagli. Per tre settimane, fino al ritorno in America dei genitori, Amit aveva vissuto con quella famiglia, nella stanza di una figlia, con un letto a baldacchino bianco e rosa a sua disposizione.
Osservò il giardino dell'albergo. La piscina era piccola e poco invitante, delimitata da una catenella. Nessuno ci nuotava, nessuno si era sdraiato sui bordi a prendere il sole. Sulla destra c'erano i campi da tennis, parzialmente schermati dai pini, ma il soffice tonfo di una pallina che volava avanti e indietro arrivava fin lì, un rumore che lo sfiancava. Poltroncine di legno erano sparse per tutta la proprietà. All'estrema sinistra c'era un gazebo, in mezzo a un patio lastricato pieno di tavoli da pranzo rotondi. Un pino si ergeva proprio davanti al loro balcone, ostruendo gran parte della vista.
«Peccato per questo albero» disse. «Se solo fosse qualche metro più in là.»
«Già.»
«Forse dovremmo chiedere un'altra stanza. Non sarebbe la prima volta.» Per Amit e Robin era diventata una costante, nella loro vita comune, cambiare camera d'albergo. Nel loro primo viaggio insieme, a Porto Rico, erano finiti in una stanza sul retro, a pianterreno, e avevano trovato una lucertola morta sul pavimento del bagno. In seguito alle proteste di Robin li avevano trasferiti in una lussuosa suite proiettata sul turchese ipnotico dell'oceano e sul blu contrastante del cielo terso. Per tutta la permanenza avevano tenuto le tende spalancate su quella vista, facendo l'amore di lato sul letto per averla di fronte, cercandola con lo sguardo appena svegli, con la sensazione che la stanza, e il letto, e loro stessi, chissà come galleggiassero sul mare. Una cosa simile era accaduta durante il viaggio di nozze, a Venezia - dopo una notte in una stanza di fronte a un muro, si erano spostati in un'altra affacciata sul canale, dove ogni mattina sbucava una piccola chiatta che vendeva frutta e verdura. Questa volta, rifletté Amit, si trovavano già sul lato migliore dell'albergo - le altre stanze davano sul parcheggio, e sulla strada tranquilla al di là.
«Non ne vale la pena, solo per due notti» disse Robin. Si sporse un po' in avanti sulla sedia e sbirciò al di sopra della ringhiera, allungando il collo. «Il matrimonio è qui in albergo?»
«No, te l'ho detto, è a Langford.»
«Ecco, allora c'è un'altra coppia che sta per sposarsi in quel gazebo. Fai caso ai vestiti da damigella.»
Amit guardò sull'altro lato del pino e vide alcuni ospiti sfilare lungo il vialetto che portava al gazebo. Vide il fotografo piegarsi sul cavalletto, con le borse dell'attrezzatura intorno, davanti a un gruppo di ragazze in posa, tutte con indosso vestiti color prugna dalle maniche rigide e le spalle a sbuffo.
«Il matrimonio di Meredith sarà diverso» disse.
«In che senso?»
«Non ci saranno damigelle.»
«Come fai a saperlo? Te l'ha detto lei?» Robin gli lanciò un'occhiata in tralice.
«No, ma la conosco, non è il tipo.»
Robin scrollò le spalle. «Io la conosco appena. Dico solo che molte donne si comportano in modo incoerente il giorno delle nozze.»
Le sue parole lo sfiorarono appena, senza colpirlo. Sapeva che Robin si era stupita quando aveva accettato l'invito al matrimonio di Meredith, considerando che non si frequentavano quasi. Sapeva che, sebbene si rifiutasse di ammetterlo, Robin si era sentita a disagio davanti a Meredith, sulla difensiva, le poche volte che si erano incrociate, come se lei e Amit fossero stati amanti. Aveva sempre detto a Robin la verità, che erano stati solo amici. Si adagiò nella sedia, appoggiando il collo sul bordo di plastica rigida, e chiuse gli occhi. «Vorrei qualcosa da bere.»
«Anch'io. Ma ben presto berremo al matrimonio. Quando comincia, esattamente?»
Rientrarono in camera, nel gelo dell'aria condizionata, e lui aprì la valigia che dividevano per quel weekend. Estrasse la busta spessa che conteneva l'invito, le indicazioni, una cartina del campus con il luogo della cerimonia e del ricevimento segnalati con l'evidenziatore. Poi guardò l'orologio digitale accanto al cartoncino a piramide sul comodino. «Tra un'ora.»
«Un'ora? Allora dobbiamo prepararci.» Lo guardò. «Cosa c'è che non va?»
«Niente. Speravo che avessimo un po' più di tempo, per fare una passeggiata, o una nuotata nel lago. È tutto il viaggio che sogno di farmi una nuotata. Non immaginavo che avremmo trovato tanto traffico.»
«Nuoteremo domani» disse lei. Sembrava piena di energia, mentre Amit era esausto, per nulla desideroso di mettersi un vestito, conversare, affrontare fantasmi della sua adolescenza. Avrebbe preferito che il matrimonio fosse il giorno dopo; trascorrere la serata in pace, nel giardino dell'albergo, senza progetti.
Annuì. «D'accordo.» Andò in bagno, per radersi e fare la doccia. Si spogliò, cominciò a cospargersi il viso di schiuma da barba, in piedi davanti allo specchio. Dalla nascita di Monika, questo era il loro primo viaggio senza le figlie. Si erano più che meritati una vacanza. Solitamente affittavano una casa negli Adirondacks, ma Robin era al suo ultimo anno di internato al St. Lukes, e i suoi impegni non lo permettevano. Tornava a casa all'alba, si addormentava proprio quando Amit e le figlie cominciavano la loro giornata. Era Amit, caporedattore di un giornale di medicina, ad avere un orario più flessibile. L'estate era un periodo tranquillo al giornale, e da maggio si occupava delle bambine praticamente da solo, vigilava su colazioni e lavaggi, le accompagnava alla scuola estiva la mattina e le andava a prendere il pomeriggio. Lasciare libera Rose, la loro tata, per i mesi estivi, rientrava tra i provvedimenti che avevano deciso di adottare per ridurre le spese; l'anticipo per l'acquisto del nuovo appartamento, dove avevano traslocato all'inizio dell'anno, aveva prosciugato tutti i loro risparmi.
Percepiva il sollievo di Robin alla prospettiva di non dover lavorare per due giorni, di un po' di libertà. Avrebbe voluto condividere il suo sollievo, quel senso di evasione che pregustava da tutta l'estate, da quando era giunto l'invito al matrimonio di Meredith e avevano fatto progetti per quel weekend. Ma adesso che erano soli, era tormentato dal pensiero del naso gocciolante di Monika, e si chiedeva se la suocera si ricordasse che Maya era ancora allergica ai latticini. Fu tentato di chiedere a Robin, ma si trattenne, sapendo che l'avrebbe accusato di non fidarsi dei suoceri. Lei era meno pignola, meno ansiosa di lui, con le figlie. Quando stava a casa dal lavoro le coccolava, sfornava manicaretti con loro in cucina, non se la prendeva se saltavano la cena perché erano troppo sazie di torte e biscotti. Sapeva che in parte quell'indulgenza nasceva dal senso di colpa, ma era anche un fatto di carattere. Non era rimasta sconvolta, al contrario di lui, quando Maya aveva trovato una placchetta di chewing gum al parco giochi e se l'era messa in bocca, o quando Monika si era allontanata durante un picnic tra amici al parco e si era messa a giocare, con le sue ditine, con gli escrementi di un cane sconosciuto. In simili circostanze Robin si metteva a ridere, lavava mani e facce, convinta che la sua prole sarebbe sopravvissuta a dispetto di tutto. Trascorreva le giornate ad occuparsi di persone gravemente ammalate, non si faceva spaventare da un attacco improvviso di febbre a trentotto.
Era Amit, che aveva studiato abbastanza il corpo umano da conoscerne l'intrinseca fragilità, a tormentarsi all'idea di quanto le sue figlie fossero vulnerabili di fronte alle malattie, a incidenti di ogni sorta. Era ancora ossessionato da un episodio accaduto due anni prima nel bar del Museo di Storia Naturale, quando Monika, che andava ancora gattoni, stava per soffocarsi con un'albicocca secca. La ragazza del tavolo accanto, che per combinazione faceva l'infermiera, era accorsa sentendola tossire, le aveva infilato un dito in bocca e aveva estratto l'albicocca, dicendo ad Amit che non era niente di serio, ma Amit era in un bagno di sudore; non era riuscito a guardare in faccia le figlie per il resto della giornata, a godersi la visita al museo, e al rientro a casa aveva vomitato. Quando leggeva sulla cronaca del Times che un taxi era improvvisamente sbandato sul marciapiede, investendo diversi pedoni ignari, si vedeva subito al posto loro, con Monika e Maya per mano. Oppure si immaginava che un'onda, a Jones Beach, dove le portava una volta la settimana per tutta l'estate, ne trascinasse una con sé, o che finissero sepolte sotto una montagna di sabbia, mentre lui sfogliava una rivista a pochi metri di distanza. In ciascuno di questi scenari, si immaginava di sopravvivere, schivando il pericolo, mentre le figlie perivano sotto la sua supervisione. Robin gli avrebbe rinfacciato, naturalmente, la sua negligenza, avrebbe chiesto il divorzio, e tutto, la sua vita con lei e le figlie, avrebbe avuto fine. Un breve sguardo nella direzione sbagliata, ne era convinto, avrebbe potuto mandare a rotoli la sua esistenza.
Appoggiò il rasoio e si avviò verso la doccia, per scaldare il locale. Sentì un unico colpo alla porta, poi Robin entrò.
«Non ci posso venire» disse, scuotendo la testa. Lo disse con tono conclusivo, lo stesso che usava per negare alle figlie il permesso di assistere a un programma televisivo, o di restare altri cinque minuti nella vasca.
«Cosa stai dicendo?»
«Guarda» rispose, indicando la gonna che si era appena infilata. Sopra indossava soltanto il reggiseno, color carne, con le spalline stinte. La gonna le arrivava alle caviglie, e si componeva di un tessuto translucido, grigio e scivoloso, sovrapposto a uno strato di seta di un tono leggermente più scuro. Sollevò un lembo di tessuto, e lui individuò immediatamente un puntino scuro. Sulle prime pensò che fosse una macchia, poi si rese conto che si trattava di una bruciatura che aveva prodotto un piccolo foro nel tessuto, dai bordi nerastri. Da sotto, la seta faceva un effetto sgradevole, come carne viva messa a nudo strappando una crosta.
«Sta malissimo» disse lei. «Non c'è verso di nasconderlo.»
«Hai portato un vestito di ricambio?»
Scosse la testa, fissandolo contrariata. «Perché tu sì?»
Amit si asciugò le mani nella salvietta e sedette sul coperchio del water. Scorrendo le mani tra i due strati di tessuto, sentì la garza sfiorargli il palmo della mano, la seta le nocche delle dita. Un tempo, prima di abbandonare la facoltà di medicina, aveva accarezzato l'idea di fare il chirurgo, di imparare a ricostruire le più piccole particelle del corpo. Ma da quello che vedeva non c'era alcuna speranza di riparare la gonna. Era così semplice, così essenziale, che quel minuscolo forellino, che adesso lasciava intravedere il suo polpastrello, la rovinava irrimediabilmente.
«C'è un negozio, nei dintorni?» chiese Robin. «Un posto dove fare un salto a comprarmi una gonna mentre tu finisci di prepararti?»
«C'è un centro commerciale, ma a un'ora di macchina da qui. Non ricordo negozi di abbigliamento in città. Niente di speciale, almeno.»
«Non capisco come ho fatto a non accorgermene quando ho preparato i bagagli» disse Robin. «Dev'essere successo l'ultima volta che l'ho messa.»
Lui si domandò quando fosse stato, dove si trovassero, a casa di chi, nel giardino di chi, quando la scintilla di una sigaretta ignota, trasportata dal vento, l'aveva investita nel bel mezzo di un party affollato. La immaginò togliersi la gonna una volta rientrati a casa, riappenderla la mattina dopo senza farci caso. Era così distratta.
Ruotò la gonna sul fianco, in modo che la bruciatura non fosse più visibile sul davanti. Poi si mise accanto a lui di fronte allo specchio del lavandino, con le braccia nude che si sfioravano. Di solito il trucco di Robin si notava a stento, ma per l'occasione si era dipinta le labbra con un rossetto color corallo, e aveva coperto con il fondo tinta le lentiggini sul viso. I suoi capelli ondulati, castano chiaro, erano tagliati troppo corti per poter essere acconciati con grazia, ma lei ci aveva provato lo stesso, puntandoli all'indietro con una serie di forcine. Erano alti uguali, uno e settantacinque, troppo per una donna, troppo poco per un uomo, e lei aveva tre anni di più. Eppure era Amit che sembrava già di mezza età, a prima vista, perché a ventun anni i suoi capelli erano diventati grigi. Era stato lì, a Langford, che era cominciato, quando frequentava il liceo. All'inizio erano solo pochi fili, ben mimetizzati tra i folti capelli neri. Ma al momento di immatricolarsi alla Columbia erano i capelli neri a contarsi sulla punta delle dita. Aveva letto che poteva accadere, dopo un'esperienza traumatica, che i capelli diventassero grigi in giovane età. Ma non c'erano morti improvvise, incidenti da chiamare in causa. Nessun mutamento radicale di vita, a parte il fatto che i genitori l'avevano mandato a Langford, per trasferirsi dall'altra parte del mondo.
«Se tu mi stessi appiccicato tutta la sera, non se ne accorgerebbe nessuno» disse Robin, premendosi contro di lui.
«Pensi davvero che riusciresti a sopravvivere tutta una sera senza mai allontanarti dal mio fianco?»
«Se ci riesci tu ci riesco anch'io» disse Robin, con una punta di sfida nella voce.
«Okay, allora siamo d'accordo.»
Fissarono le loro immagini riflesse nello specchio, lei con la gonna bucata e il reggiseno stinto, lui nudo, con il pene flaccido, il viso coperto di schiuma candida e brillante. Robin scosse la testa. «Una bella visione davvero.»
Participa en la velada
.15 junio






Música de
.Riccardo Biseo


 
Notas
Traduzione di Claudia Tarolo, su gentile concessione di Marcos y marcos
.Impresión .Envia a un amigo